Etsy: l’exit che ha avvicinato New York alla Silicon Valley

Maria Teresa Cometto —  Aprile 28, 2015 — Leave a comment

(da StartupItalia!)

Finalmente il mondo delle startup newyorkesi può festeggiare una “exit” miliardaria. Giovedì 16 aprile Etsy, il mercato online specializzato in prodotti artigianali, si è quotato al Nasdaq con una valutazione di 1,8 miliardi di dollari e alla fine del primo giorno in Borsa il suo valore era quasi raddoppiato. Un successo di questo tipo è importante per galvanizzare la comunità tecnologica e anche perché di solito chi lavora in una società che diventa pubblica, se ne è anche azionista dopo un po’ può vendere le azioni e mettersi in proprio, avviando una nuova generazione di startup. È così che è cresciuta la Silicon Valley e anche la Silicon Alley – cioè New York – è avviata su questa strada.

Jigsaw Puzzles: Times Square

Proprio il giorno prima del debutto in Borsa di Etsy mi sono ritrovata a fare un bilancio della comunità tech newyorkese – e a ragionare su che cosa gli italiani possono imparare da questa esperienza – con tre suoi protagonisti: due italiani, il venture capitalist Alessandro Piol e lo scienziato-imprenditore Alberto Pepe, fondatore di Authorea, insieme al newyorkese doc Brian Cohen, angel investor e presidente degli Angel investor della città.

Eravamo alla Casa Italiana Zerilli-Marimò, dove il direttore Stefano Albertini ha organizzato una serie di conversazioni sul tema “Eppur si muove – Gli italiani dentro e fuori dall’Italia che ci danno speranza per il futuro”.

Ci siamo chiesti qual è il segreto del successo di New York in questo settore, perché il tech è sexy in città, come suggerisce il libro che ho scritto con Piol, “Tech and the City”, il primo e unico finora che racconta la storia della comunità di startup di NY e che è stato lo spunto della discussione.

I segreti della crescita di New York

L’industria tecnologica di NYC ha continuato a crescere negli ultimi anni, e in particolare dopo la crisi finanziaria del 2008, a un sostenuto ritmo. Oggi impiega quasi 300 mila persone ed è diventata la seconda in America – dopo la Silicon Valley – per capacità di attrazione di capitali. Nel 2014 sono stati investiti 4,5 miliardi di dollari nelle aziende high—techs cittadine, più che in quelle di Boston.

Una fondamentale componente del successo è culturale:

C’è un certo romanticismo nel mondo newyorkese delle startup, che si è evoluto anche perché New York è una bar scene

ha detto Cohen -. Qui ci si incontra, si discute, ci si diverte e si fanno affari spostandosi da un bar all’altro, la sera, a piedi, una cosa impossibile nella Silicon Valley. Qui c’è un feeling speciale, dovuto alle persone. Fra noi newyorkesi delle startup c’è un clima di calore, ce lo scambiamo tra colleghi, e tra mentor e nuovi arrivati, che ci piace aiutare”.

Pepe faceva lo scienziato a Boston, alla Harvard University e ad attirarlo a New York è stato proprio l’ambiente diverso che si respira in questa città. “A Boston c’era di tutto, un sacco di cervelli brillantissimi – ha raccontato Pepe -. Ma mi mancava la scena sociale, la bar scene come dice Brian. Avevo questo progetto di piattaforma online per collaborare fra scienziati, e in un bar di quelli giusti per le startup ho incontrato per caso Brian, che dopo poche parole mi ha chiesto sui due piedi un ‘pitch’, di spiegargli la mia idea e il possibile business”.

L’importanza di avere due sedi

È finita che Cohen ha investito nella startup di Pepe, come pure Piol, che ha ragionato così sulle differenze fra il clima a NYC e quello italiano per le startup: “Un punto fondamentale è che qui fallire è normale, è visto come un passaggio ovvio, mentre in Italia è una cicatrice. Inoltre qui c’è l’abitudine dei mentori, che fanno da ‘guida’ ai nuovi. E poi c’è il problema dei capitali: magari anche in Italia riesci a trovare soldi per iniziare una startup, ma poi per farla davvero cresce devi andarli a cercare altrove, per esempio venire qui. Non a caso il modello usato da molti, a cominciare dagli israeliani, è quello duale, della doppia ‘cittadinanza’ dell’impresa, avere cioè una sede in patria, con gli sviluppatori della tecnologia, e poi una sede per il marketing e il fund raising qui”.

Cohen ha rincarato la dose sulle differenze culturali:

“Ho appena parlato con dei tedeschi, che mi hanno detto che in Europa non solo è una vergogna se fallisci, ma se hai successo è una vergogna ancora maggiore.

“La gente pensa che hai fatto qualcosa di sbagliato”. Un’altra componente del boom tecnologico a New York è stata la spinta dell’ex sindaco Michael Bloomberg. “Era un imprenditore tecnologico lui stesso, faceva parte del clima di entusiasmo delle startup, era il primo a fare il tifo per noi. Il nuovo sindaco Bill de Blasio è ovviamente diverso, ha un’altra enfasi, l’egualitarismo e il sostegno ai poveri, che va benissimo ma è un’altra cosa”. “Comunque il governo locale non può fare nulla, se non ci sono gli imprenditori e talenti”, ha aggiunto Piol.

Ma come se la cavano gli italiani che vengono a New York a cercare investitori? Sia Cohen sia Piol ne incontrano parecchi, come incontrano giovani “startuppari” da tutto il mondo.

 Alberto Pepe, Brian Cohen, Alessandro Piol e Maria Teresa Cometto

Alle startup italiane? Manca il design

Se devo fare una considerazione di massima, ho notato che è quasi assente la sensibilità per il design nelle startup italiane che ho visto presentarsi qui a NYC – ha detto Cohen -. È la cosa che mi ha sorpreso di più, perché invece uno si immagina che il design sia un punto forte degli italiani. Ebbene, le startup lo usano poco e invece, soprattutto se fai una app, il design è importantissimo”. Una critica di cui i giovani alle prese con una startup in Italia devono far tesoro.

Il messaggio di speranza emerso dalla serata è che l’Italia è ricca di talenti e anche di spirito imprenditoriale. Ce la può fare a tornare a crescere, anche grazie alle startup e alle innovazioni tecnologiche. Ma certo deve fare uno scatto culturale.

Questo il video con tutta la discussione.

Maria Teresa Cometto

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