I New Italians nella Tech City sono sempre più numerosi e di alta qualità

Alessandro Piol —  giugno 30, 2016 — Leave a comment

“La mia impressione e’ che la qualità dei progetti e delle persone che vengono a New York per fondare o sviluppare una startup sia in grande costante crescita. Bene per il nostro Paese”, mi ha scritto Claudio Vaccarella a commento dell’evento “Meet the New Italians of New York” nell’innovazione tecnologica, che si è svolto martedì 29 giugno sera al Consolato italiano di New York. L’incontro faceva parte del nuovo progetto del Consolato che si propone come punto di riferimento dei “New Italians”.

Claudio, fondatore e ceo di HyperTV, era uno dei sei panelist: una bella varietà di business ed esperienze, con cervelli – e cuori/passioni – italiani alle prese con il mercato americano e globale. La discussione è stata ricca di spunti interessanti per il numeroso pubblico. Eccone alcuni.

HyperTV ha sede sia a NYC sia a Roma, dove ha la squadra di ingegneri. Claudio: “Avere lo staff diviso fra Roma e New York non è un problema, anzi è un vantaggio. Non ci sono problemi tecnologici né culturali. Oggi la diversità è un asset e, se potessi, avrei altri collaboratori in altri Paesi, per esempio in India dove c’è una grande tradizione nel campo degli algoritmi”.

Lorenzo Thione, fondatore e ceo di The Social Edge, oltre che produttore di musical a Broadway: “Oggi tutti, anche gli artisti devono essere imprenditori di se stessi: capire qual è il loro pubblico, a che cosa il loro pubblico è interessato e studiare strategie – di branding, social media, ecc. – per raggiungerlo. Niente viene calato dal cielo”.

Pietro Guerrera, general manager di Eattiamo, che ha fatto il pitch agli investitori il 2 giugno dentro FoodX: “Il pitch in Italia è apprezzato se pieno di numeri, tipo business plan. Qui in America il pitch dev’essere uno show, breve e d’impatto emotivo. L’importante per una startup è essere flessibile e capire quando deve cambiare approccio: qui a New York i mentor di FoodX ci hanno fatto capire subito che dovevamo cambiare dal modello del marketplace – semplice vendita online di prodotti – al modello “box subscription”. Abbiamo accettato il consiglio e sta andando bene”.

Cecilia Lubatti, recruiting manager di Opportunity Network: “Per lavorare in una startup bisogna essere disposti a rimettersi sempre in discussione, partire da zero per creare tutti gli strumenti e i processi di cui la startup ha bisogno per funzionare, imparare dagli errori e dai fallimenti e ricominciare”.

Riccardo Napolitano, co-fondatore e ceo di ARM23: “A 54 anni ho deciso che adesso o mai più, passare dal lavorare in grandi gruppi a creare una cosa nuova. La sfida è eccitante“.

Alessandro Piol, VC e angel investor a NYC: “Se la startup è nelle fasi iniziali, un investitore guarda soprattutto alla squadra, alle qualità umane e professionali di chi la guida. Altro elemento cruciale è il mercato a cui si rivolge: dev’essere molto largo, non una nicchia, perché le nicchie sono molto più rischiose. Quanto al prodotto in sé, bisogna vedere se è troppo “precoce” – è il mercato non è pronto – o se arriva tardi e c’è già troppa concorrenza, in entrambi i casi è un problema. L’ultima delle preoccupazioni è quella che la propria idea venga copiata: spesso la stessa idea, o qualcosa di molto simile, è venuta in mente ad altri imprenditori; ma quello che conta davvero è l’esecuzione dell’idea, la capacità di trasformarla davvero in un business di successo”.