Il CEO di Bristol-Myers Squibb Giovanni Caforio spiega a Dario Laruffa, giornalista RAI, come New York sia la città ideale per scienziati e imprenditori innovativi.

Intervista realizzata durante la European Tech Night al Consolato italiano di New York il 26 aprile 2018, che era focalizzata sulle Life Sciences. Hanno partecipato, fra le altre startup, le italiane Movendo e Dante Labs.

 

 

Al Consolato Generale d’Italia a New York si è tenuta la terza “European Tech Night”, dedicata alle nuove tecnologie in ambito medico

di Maddalena Maltese 

Una rete europea che supporta creatività, innovazione, distribuzione, partnership. È questa l’idea di fondo del ciclo “European Tech Night”, il cui terzo appuntamento, al Consolato Generale d’Italia a New York, celebra le startup e le tecnologie che innovano nel campo della salute.

Creare un network tra università, investitori, media e imprenditori di nuove start up: la “European tech night” ospitata ieri sera al Consolato italiano di New York ha mostrato cosa può accadere ad imprese europee quando questa rete funziona e supporta creatività, innovazione, distribuzione, partnership. Il console generale Francesco Genuardi aprendo la serata ha voluto sottolineare la ricchezza di un’alleanza dalle molteplici dimensioni e ha voluto citare lo storico Tacito, quando diceva che è “un lodar le cose antiche e biasimare le presenti” e invece ricordare “le eccellenze italiane a partire dai disegni di Leonardo che hanno ispirato la costruzione degli aerei, fino al telefono di Meucci e all’embrione del primo pc ideato da Olivetti significa aprire prospettive sul nuovo”. In fondo, queste possono considerarsi start up talvolta acquisite da grandi compagnie, altre volte spunto di altre ricerche e di prodotti che hanno davvero cambiato la vita di milioni di persone. La serata dedicata alle tecnologie sviluppate nel campo della salute e della medicina è la terza di una serie di appuntamenti che i consolati delle principali nazioni europee presenti a New York stanno dedicando all’innovazione, con l’idea di favorire una globalizzazione di idee, prodotti, ricerche, consumatori.

Gianluca Galletto, consulente per gli affari internazionali del sindaco Bill Di Blasio, assicura che la città vuole promuovere questa alleanza tra ricerca, università e impresa e spiega che le iniziative e le imprese europee già in rete, o intenzionate a far rete, sono le benvenute. E questa felice simbiosi è ulteriormente sottolineata da Giovanni Caforio, Ceo della Bristol Meyers Squibb che annuncia ufficialmente il trasloco della sede di uno dei colossi farmaceutici mondiali da Park Avenue in un sito sull’East River nei pressi dei centri di ricerca che possono dare valore aggiunto al loro lavoro. “La relazione tra le grandi industrie e le start up è fondamentale per il successo delle grandi compagnie , spiega Galletto. I nostri investimenti in ricerca e sviluppo per il 50 per cento sono rivolte ad aziende esterne perché consideriamo complementare l’apporto esterno nell’ideare nuovi e rivoluzionari farmaci”. Ed esemplifica il caso di un farmaco per il trattamento del cancro scoperto da un fisico a Tokyo, sviluppato da un’azienda a San Francisco e poi approdato nella loro sede.
A sottolineare l’importanza delle sinergie è anche Fernando Gomez Baquero, direttore di uno dei rami più innovative della Cornell tech, che nel polo di innovazione aperto a Roosevelt Island vede il nascere di una tech community che interagisce con l’imprenditoria non solo come finanziatore di progetti ma come partner e annuncia che ogni anni 66 nuove compagnie nascono in questo contesto. “Noi vogliamo invitare imprenditori di tutto il mondo che hanno un’idea innovativa e noi li aiutiamo a svilupparla con la nostra ricerca, in modo da essere noi stessi imprenditori con loro”. E annuncia due programmi di studio per dottorandi e ideatori di start up che possono usufruire del loro apporto scientifico.
Maria Teresa Cometto, autrice del libro “Tech and the City: The Making of New York’s Startup Community”, introducendo cinque nuove start up nel campo delle biotecnologie e della medicina spiega che fino a cinque anni fa, la Grande Mela contava circa mille start up, ma oggi le statistiche parlano di ben settemila, ad indicare la crescita dell’innovazione e le potenzialità offerte dalla città e dai suoi centri di studio all’avanguardia.
E’ questo il caso della Darwin Health, azienda nata da un biologo della Columbia University, Andrea Califano e Gideon Bosker, esperto di formazione scientific e di network. La loro ricerca è focalizzata ad individuare dei biomarker che segnalino quando si può sviluppare un cancro. I loro algoritmi e la loro metodologia consente di individuare i valori alterati di ogni singolo malato, utilizzando non solo la mappa genetica, ma anche quella delle proteine che nutrono le cellule e presentano alterazioni quando sono in contatto con cellule cancerogene.
La Movendo Technology è un’azienda biomedica che utilizzando la robotica ha innovato la fisioterapia e la riabilitazione personalizzando esercizi e terapie. I suoi innovativi macchinari sono stati acquistati anche da NYU e da uno dei più rinomati centri medici di Philadelphia. La personalizzazione delle cure e delle ricerche mediche guida anche la mappa genetica realizzata da Dante Labs, una start up realizzata da due studenti de L’Aquila ed ora all’attenzione dei maggiori esperti ed investitori del settori. Rendendo i test genomici accessibili a tutti è stato possibile individuare cure calibrate sulle patologie di ogni singolo paziente e tarare i farmaci necessari alla guarigione. Frutto della Cornell University e di un ricercatore francese, Shade, un’azienda che si occupa di sensori per misurare l’intensità della luce solare e consente ai pazienti affetti da lupus di mitigare, prevenire e curare gli effetti dei raggi Uv sulla pelle. Infine è stata presentata una app per controllare il mal di schiena cronico e che è stata acquistata da Microsoft e Coca cola per i propri dipendenti. Ideata dalla Kaia Health, l’applicazione consente di personalizzare una terapia a base di esercizi, postura, farmaci per controllare il dolore ed evitare il suo aggravarsi. L’apporto di New York e degli Stati Uniti è considerato fondamentale nello sviluppo e anche nella diffusione di queste innovazioni che ora cercano nuovi investitori e nuovi mercati per ampliare le potenzialità delle loro invenzioni.
L’evento è stato sponsorizzato dalla Peroni, azienda storica della birra e da Alidoro, una start up del food che ha aperto ben tre sedi a New York, specializzate in panini e salumi italiani La quarta serata dedicata all’innovazione europea sarà ospitata dal consolato olandese il prossimo 8 maggio e sarà dedicata alle tecnologie in campo energetico.

Molte università, anche in Italia, hanno ormai spazi dedicati agli “incubatori” di startup tecnologiche. Ma nessuna ha costruito un intero palazzo che faccia da “ponte” fra accademia e industria, e l’ha messo al centro del proprio campus, come ha fatto Cornell Tech, la nuova istituzione di studi superiori (offre solo corsi di master e PhD, dottorati) che ha inaugurato lo scorso 13 settembre la sua sede a New York.
The Bridge, “Il Ponte”, è appunto il nome di questo palazzo, uno dei tre per ora aperti sulla Roosevelt Island, la striscia di terra sull’East river fra Manhattan e il Queens, dove continueranno i lavori fino al 2037. Gli altri si chiamano The House, la “casa passiva” (perché impiega pochissima energia) usata come residenza da studenti e professori; e l’Emma and Georgina Bloomberg center, il cuore del campus, dove si tengono le lezioni e le attività culturali.

The Bridge

“The Bridge rappresenta fisicamente il nostro obiettivo: un ambiente dove aziende affermate, startup, agenzie governative, il nonprofit e l’accademia possano lavorare insieme più da vicino”, ha spiegato Daniel Hutennlocker, il rettore di Cornell Tech. Sviluppato e gestito dalla società privata Forest City Ratner Cos, ospita già gli avamposti di tre aziende: Two Sigma investments, una società newyorkese di investimenti specializzata in tecnologia; il gruppo bancario Citi, interessato alle applicazioni di Big Data e alle nuove tecnologie come blockchain; e l’italiana Ferrero con il suo Open innovation center, alla ricerca di un circolo virtuoso fra scienza-tecnologia-cibo del futuro. Un bell’esempio, quest’ultimo, di come le imprese italiane cercano sempre di più di mettere un’antenna nel tech Usa come accadevano al tempo dell’Olivetti.
“L’eccellenza accademica qui è necessaria, ma non sufficiente: dovete anche essere impegnati con l’aspetto commerciale o sociale del vostro lavoro”, sottolinea Huttenlocher ai candidati-studenti, i quali per essere ammessi devono dimostrare di avere sia passione per la tecnologia sia spirito imprenditoriale. Non a caso un’altra caratteristica unica di Cornell Tech è avere la figura del chief entrepreneurial officer, il responsabile dell’imprenditoria: Greg Pass, che ha fatto il chief technology officer, il responsabile della tecnologia a Twitter fino al 2011, quando ha accettato l’offerta della sua Alma Mater, Cornell university, di impegnarsi nel progetto del nuovo campus.
Cornell Tech infatti è il frutto della joint venture fra Cornell – una delle otto prestigiose università americane del circuito Ivy League – e Technion (chiamata il Mit israeliano): insieme sei anni fa hanno vinto la competizione lanciata dall’allora sindaco Michael Bloomberg per creare il nuovo campus. La città ha messo a disposizione 100 milioni di dollari in infrastrutture e la terra; il costo complessivo sarà di 2 miliardi, tutti coperti da fondi privati.

Emma and Georgina Bloomberg Center

L’idea aveva preso forma nel pieno della recessione seguita alla crisi finanziaria del 2008, mentre diventava sempre più chiara la necessità di diversificare l’economia di New York oltre Wall Street. “È un modo per New York di reinventarsi per l’ennesima volta – ha spiegato uno degli ispiratori del progetto, Andy Kessler, esperto di tecnologia per il Wall Street Journal -. Che cosa ci vuole perché il prossimo Zuckerberg non voli più nella Silicon Valley? Non copiare la Silicon Valley (non c’è mai riuscito nessuno), ma usare le tecnologie che escono da là, e da qualsiasi altro posto, per trasformare i business di New York – dalla finanza ai media, dalla moda ai servizi – e renderli competitivi nell’era digitale”.
“Le aziende high-tech e le nuove piccole imprese che diventeranno i prossimi giganti di solito vengono create dove i fondatori sono andati a scuola. È quello che succede nella Silicon Valley. Qui abbiamo l’opportunità di educare un gruppo di persone per creare l’economia del futuro della città di New York”, ha ribadito all’inaugurazione del campus Bloomberg (che con la sua fondazione filantropica ha donato altri 100 milioni di dollari per il palazzo principale del campus, nominato per questo in onore delle sue figlie Emma e Georgina).
Il focus di Cornell Tech sono quindi le scienze applicate, dalle scienze informatiche all’ingegneria dei computer, da health-tech (salute & tech) a connective media; un programma di studi e ricerca, quest’ultimo, sviluppato con input da Facebook e dal New york Times, con la promessa di mettere i partecipanti “all’incrocio fra tecnologia, psicologia umana e imprenditoria”.
I primi corsi erano cominciati nel 2012, ospitati da Google nella sua gigantesca sede newyorkese. Questo è il primo anno accademico tenuto nel nuovo campus, con circa 300 studenti e 30 docenti. Dal 2012 sono già state create 38 startup dagli alumni di Cornell Tech, quasi tutte rimaste a New York.
Per “allenare” gli studenti ad applicare le scienze al mondo reale, uno dei curriculum obbligatori di Cornell Tech è “Studio”: ogni autunno startup, aziende e organizzazioni newyorkesi lanciano delle sfide, chiedendo di elaborare nuovi prodotti, servizi e strategie per risolvere un certo problema. Gli studenti formano squadre interdisciplinari e sviluppano prototipi, presentandoli poi in dimostrazioni alla fine di ogni semestre.
I programmi di Cornell Tech sono aperti a tutti gli studenti internazionali. Per saperne di più: https://tech.cornell.edu

(articolo pubblicato su Corriere Innovazione 29 settembre 2017)

Campus Master Plan

Il “gemellaggio’ New York-Milano per scambiare ospitalità ed esperienze fra startup e’ stato un flop. Si tratta dell’edizione milanese del programma di scambi Global Business Exchange lanciato dalla New York City Economic Development Corporation (NYCEDC), un’agenzia della città di New York che lavora per promuovere l’economia locale e dai tempi del sindaco Mike Bloomberg e’ focalizzata in particolare nella promozione dell’ecosistema delle startup tecnologiche.
Il Global Business Exchange vuole aiutare le startup a trovare occasioni di sviluppo nei mercati esteri: offre fino a sei mesi di spazio gratis per una persona in un co-working space nella città ospite; networking e mentori; biglietti aerei gratuiti; accesso a incentivi logistici, fiscali e finanziari.
Il primo programma era stato siglato fra NYC e Parigi e si e’ volto l’anno scorso: 40 startup newyorkesi hanno fatto domanda, otto sono state ammesse e sono andate nella capitale francese per sei mesi per esplorare da li’ il mercato europeo; mentre un gruppo di parigine sono venute nella Grande Mela.
Il bando per l’edizione milanese invece ha suscitato scarso entusiasmo fra le startup newyorkesi: solo 15 hanno fatto domanda e appena tre alla fine hanno scelto di andare davvero nella capitale lombarda per sei mesi. Ma il programma – che dipende dall’assessorato per la Trasformazione sociale e i servizi civici del Comune di Milano – non e’ ancora partito. I responsabili non vogliono fare commenti. Da New York l’impressione e’ che Milano non abbia saputo spiegare chiaramente alle startup newyorkesi i vantaggi dell’esperienza milanese, ne’ abbia saputo mettere a punto un programma attraente.
Una decina di startup milanesi invece sono già qui a New York (15 avevano fatto domanda) e hanno cominciato a lavorare. Sono: ELSE Corp, Roialty, Instal, Beast Technologies, Viralize, Genenta, Xmetrics, Sharewood, Blubrake e WIB Machines.
“Certo l’appetibilità di Milano e’ bassa, come e’ bassa pero’ quella della maggior parte di altre città del mondo – ha commentato Gianluigi Galletto, ex responsabile del programma alla NYCEDC -. Anche con Parigi abbiamo faticato all’inizio a causa anche di molte percezioni sbagliate: all’epoca mi ero impegnato personalmente in una campagna di branding e awareness su Parigi  (che ha ormai superato Berlino come valore di investimenti di venture capital) nel network di startup newyorkesi”.
Evidentemente Milano questa campagna non l’ha fatta e non e’ riuscita a far leva sui suoi punti di forza – come il design, la moda, i wearables, il digital manufacturing – per attirare l’interesse delle startup newyorkesi; ne’ ha saputo offrire un insieme di incentivi appetibili.
Peccato, un’occasione sprecata. E la conferma che fra il dire e il fare c’e’ di mezzo l’oceano: tanti vengono a new York a parlare di costruire “ponti” fra Italia e Usa, ma pochi fanno seguire alle parole l’esecuzione di piani precisi.

Tutti gli occhi della tech community di New York – e del mondo intero – sono puntati sull’esperimento di The Bridge: un palazzo di sei piani dentro il nuovo campus della università Cornell Tech in costruzione sull’isola Roosevelt.

The Bridge at Cornell Tech, disegnato da Marion Weiss e Michael Manfredi, Co-Fondatori di Weiss/Manfredi Architecture

The Bridge at Cornell Tech, disegnato da Marion Weiss e Michael Manfredi, Co-Fondatori di Weiss/Manfredi Architecture

Il campus aprirà a settembre, ma the Bridge ha già annunciato il suo primo inquilino, ha scritto il Wall Street Journal: Two Sigma Investments una società newyorkese di investimenti specializzata in startup tecnologiche. “Crediamo che il legame fra una società come la nostra e i brillanti professori e studenti di Cornell Tech ci permetterà di reclutare quel talento ed essere vicini alle idee”, ha detto Alfred Spector, chief technology officer di Two Sigma.

Sviluppato e gestito da Forest City Ratner Cos, The Bridge ha come missione abbattere le barriere fra l’accademia e il mondo esterno e promuovere le connessioni fra aziende stabilite e startup. “Questo e’ il cuore di quello che cerchiamo di fare, costruire un ambiente dove aziende affermate, startup, agenzie governative, il nonprofit e l’accademia possano lavorare insieme più da vicino”, ha spiegato Daniel Huttenlocher, il rettore di Cornell Tech.

Tutti parlano degli “influencer” e di quanto siano importanti ormai per qualsiasi business. C’e’ un italiano che a New York ha creato una startup The Social Edge, che fa business con gli influencer, aiutandoli ad allargare l’audience e anche a guadagnarci, senza dover ospitare pubblicità, come capita invece agli YouTuber. E’ Lorenzo Thione, milanese classe 1978, imprenditore seriale già famoso nel mondo delle startup per aver fondato nel 2006 Powerset, un motore di ricerca su Internet basato sul linguaggio naturale, comprato nel 2008 da Microsoft per 100 milioni di dollari e inglobato poi in Bing.

Lorenzo Thione

Lorenzo Thione

La storia di Lorenzo Thione
Thione era sbarcato negli Stati uniti nel 2001 con una borsa di studio del Politecnico di Milano, per completare i suoi studi di Ingegneria all’Università del Texas ad Austin. Laureato nel 2002, ha cominciato a lavorare nel prestigioso laboratorio Xerox PARC a Palo Alto, nella Silicon Valley e poi si e’ messo in proprio con Powerset, sviluppando un modo diverso di interpretare le stringhe di ricerca online.

Fino al 2010 Thione è rimasto in Microsoft, poi è prevalsa la voglia di un’altra avventura imprenditoriale. Dal 2012 vive a New York, dove due anni fa ha fondato The Social Edge, frutto dell’unione fra due sue passioni, quella per la tecnologia e quella per l’arte e in particolare il teatro.

L’idea nata una notte a Broadway
«Nel 2008 ero a New York a vedere uno spettacolo a Broadway con il mio partner – mi racconta Thione nel suo spazioso ufficio a Midtown Manhattan, dove lavorano 35 persone con progetti per raddoppiarne presto il numero – vicino a noi vedo seduto l’attore George Takei, famoso per il suo ruolo in Star Trek, con il suo compagno – continua Thione – Ci presentiamo e, il caso vuole, la sera dopo ci ritroviamo ancora a teatro. Durante una scena, Takei piange e nell’intervallo gli chiedo come mai: mi spiega che gli aveva ricordato la sua esperienza da bambino in uno dei campi in cui i giapponesi-americani erano stati internati dopo Pearl Harbor, durante la Seconda Guerra Mondiale».

Da li’ e’ venuta l’idea di raccontare quel capitolo oscuro della storia Usa in un musical, Allegiance, di cui Thione ha scritto il libretto, mentre l’autore della musica è il suo amico Jay Kuo, ora chief creative officer di The Social Edge. “La storia di Takei l’ho sentita vicina a me come emigrante, una condizione in cui vivi sempre con una quota di precarietà”, spiega.

Allegiance the Musical

Allegiance the Musical

Il musical e la pubblicità sui social
Il musical è andato in scena a Broadway dal 5 ottobre 2015 al 14 febbraio 2016 e la sua versione digitale sarà proiettata in 400 cinema in Usa e Canada il prossimo 13 dicembre, e poi in altri Paesi.

Per pubblicizzare il musical Thione aveva sviluppato una campagna sui social media, la cui esperienza ha ispirato la nascita di The Social Edge. «Con la nostra piattaforma analizziamo in tempo reale i contenuti forniti dai media nostri partner – spiega il fondatore – diamo un voto a ogni articolo in base alla sua viralità e poi raccomandiamo il contenuto ‘giusto’ agli influencer». I media partner sono per esempio Slate, HuffingtonPost e mic.com.

«Loro hanno bisogno di distribuire i propri contenuti per attirare più utenti e pubblicità – continua Thione -. Dall’altra parte gli influencer hanno bisogno di materiale per aumentare il numero dei propri follower».

Come funziona The Social Edge (e come fa soldi)
The Social Edge è pagata dai media a seconda del traffico che porta sui loro siti. «Gli influencer con moltissimi follower, se hanno successo condividendo un contenuto e generando molti clic sui siti dei media, ricevono da noi una percentuale dei nostri guadagni – aggiunge Thione – Sulla nostra piattaforma ce ne sono un centinaio con un numero di follower dai 150 mila ai 12 milioni: guadagnano con noi dai 10 mila ai 100 mila dollari al mese e oltre. Non sono solo celebrity, ma anche curatori di comunità particolari. Abbiamo per esempio un italiano che cura una pagina facebook sui gatti».

Altre piattaforme fanno un business simile a quello di Thione, che però precisa: «Noi siamo gli unici con un algoritmo che trova i contenuti in modo automatico e, soprattutto, gli unici a privilegiare la ‘salute’ dell’audience. Abbiamo cioè controlli di qualità per escludere i cosiddetti click-bait (esca per click), i contenuti con titoli sensazionali o provocatori per attirare l’attenzione, che poi si rivelano privi di interesse e danneggiano l’immagine di chi li cita».

«Il successo passa da saper raccontare bene il tuo business»
Per sviluppare la tecnologia di “machine learning” di The Social Edge è stata importante l’esperienza del motore di ricerca Powerset. «Ma è stato fondamentale anche il lavoro di scrittura del musical – racconta Thione – con Allegiance ho potuto mettere alla prova la passione che ho sempre avuto per la narrativa».

«E ho capito che saper creare un coinvolgimento emotivo con una storia non serve solo a teatro, ma è una qualità indispensabile per ogni imprenditore. Quando parli con la stampa, con gli investitori, con i clienti, con i dipendenti, devi saper raccontare la tua idea di business se vuoi avere successo».

Altra lezione di “Allegiance”, a proposito di successo: «Il musical è stato in scena solo per cinque mesi e quando il sipario è calato credevo fosse stato un fallimento – confessa Thione – poi mi sono reso conto che era già stato incredibile essere arrivati a Broadway, a competere con il top del teatro a livello mondiale. Ora sono orgoglioso del progetto realizzato e felice che arrivi nelle sale cinematografiche dove lo vedrà molta altra gente».

La morale, secondo Thione: «ll successo è frutto di talento e fortuna, ma è anche qualcosa da misurare con una tua scala di valori e obbiettivi, che dipendono da che cosa ti appassiona. Quando lo scopri, devi abbracciarlo con apertura mentale, sapendo cogliere le opportunità senza paura di rischiare»

NB: articolo pubblicato originariamente su StartupItalia!

L’innovazione tecnologica e’ una chiave fondamentale della crescita economica. Il governo italiano sembra esserne sempre più consapevole. Per questo il premier Matteo Renzi punta molto sullo Human Technopole a Milano nello spazio ex EXPO 2015.
Un riconoscimento simbolico viene anche dal premio “L’innovazione che parla italiano” istituito dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), dalla Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese e da PNICube, l’Associazione Italiana degli Incubatori Universitari e delle Business Plan Competition Locali.
Simbolico perché consiste solo in “una medaglia e in un diploma del MAECI” alla startup vincitrice. Requisito: dev’essere una startup tecnologica innovativa fondata da italiani e operativa all’estero.
Per la precisione, la startup deve operare in uno di questi Paesi: Argentina, Australia, Austria, Brasile, Canada, Cina, Rep. di Corea, Danimarca, Egitto, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Israele, Messico, Paesi Bassi, Russia, Serbia, Spagna, USA, Sud Africa, Svezia, Svizzera e Vietnam.
Le candidature devono essere inviate entro il 16 ottobre 2016 a questo indirizzo (per le startup attive negli Usa): scientifici.washington@esteri.it
La premiazione avverrà in occasione della XX giornata degli Addetti Scientifici 2017 alla presenza del Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Paolo Gentiloni, e della Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini.
Per tutti i dettagli del concorso, trovate le informazioni sul sito dell’Ambasciata Italiana a Washington, DC.

“La mia impressione e’ che la qualità dei progetti e delle persone che vengono a New York per fondare o sviluppare una startup sia in grande costante crescita. Bene per il nostro Paese”, mi ha scritto Claudio Vaccarella a commento dell’evento “Meet the New Italians of New York” nell’innovazione tecnologica, che si è svolto martedì 29 giugno sera al Consolato italiano di New York. L’incontro faceva parte del nuovo progetto del Consolato che si propone come punto di riferimento dei “New Italians”.

Claudio, fondatore e ceo di HyperTV, era uno dei sei panelist: una bella varietà di business ed esperienze, con cervelli – e cuori/passioni – italiani alle prese con il mercato americano e globale. La discussione è stata ricca di spunti interessanti per il numeroso pubblico. Eccone alcuni.

HyperTV ha sede sia a NYC sia a Roma, dove ha la squadra di ingegneri. Claudio: “Avere lo staff diviso fra Roma e New York non è un problema, anzi è un vantaggio. Non ci sono problemi tecnologici né culturali. Oggi la diversità è un asset e, se potessi, avrei altri collaboratori in altri Paesi, per esempio in India dove c’è una grande tradizione nel campo degli algoritmi”.

Lorenzo Thione, fondatore e ceo di The Social Edge, oltre che produttore di musical a Broadway: “Oggi tutti, anche gli artisti devono essere imprenditori di se stessi: capire qual è il loro pubblico, a che cosa il loro pubblico è interessato e studiare strategie – di branding, social media, ecc. – per raggiungerlo. Niente viene calato dal cielo”.

Pietro Guerrera, general manager di Eattiamo, che ha fatto il pitch agli investitori il 2 giugno dentro FoodX: “Il pitch in Italia è apprezzato se pieno di numeri, tipo business plan. Qui in America il pitch dev’essere uno show, breve e d’impatto emotivo. L’importante per una startup è essere flessibile e capire quando deve cambiare approccio: qui a New York i mentor di FoodX ci hanno fatto capire subito che dovevamo cambiare dal modello del marketplace – semplice vendita online di prodotti – al modello “box subscription”. Abbiamo accettato il consiglio e sta andando bene”.

Cecilia Lubatti, recruiting manager di Opportunity Network: “Per lavorare in una startup bisogna essere disposti a rimettersi sempre in discussione, partire da zero per creare tutti gli strumenti e i processi di cui la startup ha bisogno per funzionare, imparare dagli errori e dai fallimenti e ricominciare”.

Riccardo Napolitano, co-fondatore e ceo di ARM23: “A 54 anni ho deciso che adesso o mai più, passare dal lavorare in grandi gruppi a creare una cosa nuova. La sfida è eccitante“.

Alessandro Piol, VC e angel investor a NYC: “Se la startup è nelle fasi iniziali, un investitore guarda soprattutto alla squadra, alle qualità umane e professionali di chi la guida. Altro elemento cruciale è il mercato a cui si rivolge: dev’essere molto largo, non una nicchia, perché le nicchie sono molto più rischiose. Quanto al prodotto in sé, bisogna vedere se è troppo “precoce” – è il mercato non è pronto – o se arriva tardi e c’è già troppa concorrenza, in entrambi i casi è un problema. L’ultima delle preoccupazioni è quella che la propria idea venga copiata: spesso la stessa idea, o qualcosa di molto simile, è venuta in mente ad altri imprenditori; ma quello che conta davvero è l’esecuzione dell’idea, la capacità di trasformarla davvero in un business di successo”.

Appuntamento importante per tutti gli italiani interessati alle nuove tecnologie – per business o per studio o per passione personale -: martedi’ 28 giugno alle 6pm al Consolato Generale d’Italia, 690 Park Avenue, New York. E’ il settimo appuntamento del ciclo “Meet the New Italians of New York”. Protagonisti di questa edizione sono i professionisti dell’area dell’innovazione e della tecnologia, che avranno la possibilità di raccontare le loro esperienze a New York, di parlare delle difficolta’ che li hanno accolti al loro arrivo, delle sfide che la città ha presentato e di come siano riusciti a inserirsi in uno dei poli high-tech più importanti al mondo.

Io (Maria Teresa Cometto) faro’ la moderatrice del panel, di cui fanno parte il co-autore di “Tech and the City” Alessandro Piol, venture capitalist con la sua società  AlphaPrime; Filippo Lubrano, co-fondatore della startup Eattiamo (ne ho parlato qui); Cecilia Lubatti di Opportunity Network (ne ho parlato qui); Claudio Vaccarella, fondatore e ceo di HyperTV e Lorenzo Thione, ceo di The Social Edge .

Dopo il panel, con le domande del pubblico, si farà networking con scambio di idee e contatti, food & drinks.

<<“Meet the New Italians of New York” e’ un progetto innovativo promosso e sostenuto dal Consolato Generale, nel quadro delle strategie delineate dall’Ambasciata a Washington – spiega il comunicato stampa che annuncia l’evento -, con la finalità di attirare la nuova generazione di italiani, favorire la loro partecipazione alle attività delle Istituzioni del Sistema Italia e l’avvicinamento alle generazioni di italiani gia’ affermate nel sistema newyorkese. Attraverso il ciclo di incontri, il Consolato Generale si presenta ai giovani italiani come punto di riferimento nel loro percorso di integrazione e come luogo di incontro e di scambio di idee. I prossimi eventi in programma saranno dedicati, tra gli altri, all’arte, all’architettura, alla moda, alla ristorazione e allo sport.>>

La città di New York offre due importanti occasioni per le startup italiane interessate a mettere un piede nella Grande Mela: la International Innovators Initiative (IN2NYC) e il Global Business Exchange.

La IN2NYC si rivolge agli imprenditori internazionali che hanno bisogno del visto per lavorare negli Stati uniti: li aiuta ad ottenere un H-1B fuori dalle quote normali. La via e’ associarsi a una delle scuole della università pubblica cittadina, la City University of New York (CUNY). Il programma e’ aperto a chi ha gia’ una startup e vuole trasferirla a New York o espanderla con l’attività anche a New York; e agli studenti che si laureano nelle università americane e vogliono restare negli Usa creando una startup.
Per ottenere il visto H-1B bisogna entrare in una partnership con l’università che ospita la startup, impegnandosi a contribuire alla comunità della scuola in qualche modo, per esempio collaborando alla ricerca accademica.
Bisogna fare domanda qui entro il 29 luglio.

Entro il 15 luglio invece le startup milanesi devono fare domanda al Comune di Milano per partecipare al programma di scambi Global Business Exchange fra New York e Milano. I requisiti sono volersi espandere internazionalmente; offrire un prodotto o servizio valido sia in Italia sia negli Usa; avere un “robusto” business plan per i prossimi 12 mesi. I benefit: fino a sei mesi di ospitalità gratuita per una persona in un co-working space; networking e mentori; biglietti aerei gratuiti (grazie a Delta); accesso a incentivi logistici, fiscali e finanziari.