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«Il governo italiano è leader nel capire l’importanza del movimento dei maker per la crescita economica di un Paese attraverso l’innovazione tecnologica». Me l’ha detto alla Maker Faire di New York Dale Dougherty, il fondatore di Maker Media, il gruppo multimediale che nove anni fa lancio’ la prima Maker Faire nella Bay Area, in California.

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Dale Dougherty, il fondatore di Maker Media

Gli avevo chiesto come mai – e che cosa pensa del fatto che – il governo italiano era l’unico con una presenza organizzata alla Maker Faire di New York, la cui sesta edizione si e’ tenuta il 26 e 27 settembre, come al solito attorno alla New York Hall of Science (NYSCI) nel Queens, nella stessa area dove 50 anni fa ci fu la World’s Fair.

«Finora oltre a quello italiano solo il governo della Gran Bretagna ha avuto un proprio spazio in una Maker Faire, quella di Shenzhen in Cina – ha aggiunto Dougherty. Le autorità ancora non capiscono l’importanza della rivoluzione dei maker, ma piano piano ci stanno arrivando».
Gli eventi con il marchio Maker Faire sono ormai 150 nel mondo, con 1 milione di partecipanti. Il più grande resta quello originario californiano con 140 mila visitatori, seguito da New York con circa 90 mila e da Roma con un pubblico altrettanto vasto. «Il bello di New York sono le persone che ci vengono: mentre nella Bay Area partecipano soprattutto i ‘techie’, qui le persone sono le più diverse, con interessi e background i più disparati», ha osservato Dougherty. E’ la caratteristica del melting pot della Grande Mela, anche nel mondo delle startup tecnologiche.

Arduino è diventato newyorkese
A New York gli italiani si sono distinti per la loro creatività a prescindere dal supporto governativo. Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino Project e da poco diventato “newyorkese” (Adafruit produce Arduino Gemma nella sua fabbrica a New York), si e’ confermato una star nel mondo dei maker, dove la piattaforma open-source di hardware-software creata dieci anni fa a Ivrea e’ uno degli strumenti più usati per inventare nuovi progetti. Nella sua presentazione “State of Arduino”, una delle più seguite, Banzi ha parlato del nuovo Arduino Tre, il primo con un processore ARM Cortex-A8 fatto in partnership con Texas Instruments e capace di funzionare con Linux.

Massimo Banzi presenta “State of Arduino”

Il padiglione Makers Italia organizzato dall’Italian Trade Agency (ITA o Ice, Istituto per il commercio estero) era grande, almeno il doppio dell’anno scorso, quando per la prima volta una missione di startup italiane era stata sponsorizzata da un’agenzia governativa. Lo scorso maggio i “Makers Italia” hanno debuttato anche alla Maker Faire della Bay Area, sempre con il coordinamento dell’agenzia Ice di Chicago diretta da Matteo Picariello.

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il padiglione Makers Italia

Le tre startup più attive sotto il logo Makers Italia a New York erano BioPic, Wasp e Solido3D. Le ultime due fanno parte – insieme a D-Shape della neonata rete di imprese Fonderie Digitali. Tutte e tre hanno ambiziosi progetti di sviluppo in America.

1. BioPic
BioPic con i suoi orti verticali domestici a LED è già pronta per coltivare frutta e verdura su Marte, dove l’agenzia spaziale americana NASA ha appena annunciato di aver trovato l’acqua. Intanto, alla Maker Faire ha messo in cascina il premio Blue Ribbon Editors Choice New York 2015 della rivista MAKE.

L’orto di BioPic costa 900 dollari e molti alla Maker Faire hanno dimostrato interesse per comprarlo
«Siamo nati come startup solo sei mesi fa, ma sulla base di una ricerca che sviluppiamo da cinque anni – ha raccontato Renato Reggiani, fondatore di BioPic. Mettiamo insieme le tecnologie più avanzate con quelle antiche della tradizione italiana. Così la nostra irrigazione domestica è ispirata ai sistemi ollari usati nella antica Roma: utilizza le proprietà dei nuovi materiali ceramici e della terracotta per permettere fino a due settimane di autonomia per le piante senza il rischio di allagamenti, perché non dev’essere collegata alla rete idrica». L’intero “orto” costa $900 e molti alla Maker Faire hanno dimostrato interesse per comprarlo. Ma c’è un problema: le verdure nascono da semi “stampati” in stuoie da applicare sulla terra contenuta nei vari cassetti dell’orto verticale; e importare semi negli Stati uniti e’ un incubo. “Stiamo studiando come superare questo ostacolo”, ha detto Reggiani, fiducioso di farcela.

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Renato Reggiani di BioPic (a destra) con Matteo Picariello, ICE

2. Wasp
«Vogliamo fondare un’azienda qui negli Usa per vendere le stampanti 3D di Wasp» ha spiegato Pietro Gabriele, presidente di Fonderie Digitali. Saranno ‘Designed in Italy, Made in Usa. «La produzione in America è importante per servire meglio i clienti con l’assistenza e i ricambi. La fabbrica sarà probabilmente nella Bay Area e speriamo di aprirla entro otto mesi». Le stampanti 3D Wasp sono per l’uso professionale di creativi che devono velocemente realizzare prototipi. Costano da $3.500 a $18.000 e Wasp – che impiega una ventina di persone fra dipendenti e collaboratori – ne vende già 700 l’anno in Europa.

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Pietro Gabriele di Fonderie Digitali e Wasp

3. Solido 3D
Solido3D sta per lanciare una campagna su Kickstarter per produrre Olo: una app che, insieme a una “scatola” e alla resina, trasforma uno smartphone in una stampante 3D. Costerà solo $99 e potrebbe essere disponibile già per la prossima stagione di regali natalizi. “E’ uno strumento per avvicinare i giovani al mondo dei maker, per far crescere una nuova generazione di creativi”, ha spiegato Filippo Moroni di Solido3D, uno dei pionieri della stampa 3D in Italia, mostrandomi con orgoglio il premio “Maker of Merit” ricevuto alla Maker Faire.

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Filippo Moroni di Fonderie Digitali e Solido3D

4. D-Shape
Ancora top secret sono invece i progetti della D-Shape di Enrico Dini, il primo al mondo a “stampare case” con la tecnologia 3D. “Abbiamo in cantiere una grande novità , noi di Fonderie Digitali con D-Shape per il 2017 negli Usa, ma per ora non possiamo parlarne”, ha detto Moroni.

Dini pero’ ha già una società americana basata a New York, la D-SHAPE Enterprises LLC creata insieme all’architetto e costruttore newyorkese Adam Kushner. “Stiamo lavorando a un progetto sperimentale per mostrare di che cosa e’ capace la mia stampante 3D – ha spiegato Dini -. Vogliamo usarla per costruire una piscina nei terreni privati di Kushner nella Valle dell’Hudson, a Nord di New York. Intanto stiamo ricevendo dichiarazioni di interesse da parte di investitori americani”. La capacita’ dei blocchi stampati da D-Shape di trattenere l’acqua potrebbe essere usata per creare falde acquifere artificiali nel deserto. “E’ il mio sogno di fare una bonifica al contrario di quella maremmana – ha detto Dini -. Lo proporrò all’emiro del Kuwait, che può avere i soldi e la lungimiranza di applicare questa tecnologia. Sono convinto che la nuova corsa all’oro sara’ nel deserto”.

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Daniele Mazzei di Viper

5. Viper
Un’altra startup italiana presente alla Maker Faire e già domiciliata a New York e’ Viper. E’ una suite che usa un linguaggio software molto semplice (Python) e gira su schede come Arduino per “animare” o rendere “intelligente” qualsiasi apparecchio, da una lampada al frigorifero. “Ci rivolgiamo sia ai maker sia ai designer ‘tradizionali’ che hanno bisogno di ridurre i tempi dalla progettazione al lancio sul mercato dei loro prodotti”, ha spiegato Gabriele Montelisciani, co-fondatore di Viper, venuto qui insieme ai partner Daniele Mazzei e Giacomo Baldi, tutti molto soddisfatti dei contatti presi alla Maker Faire. La loro avventura pubblica era partita la scorsa primavera una campagna su Kickstarter, che ha raggiunto l’obbiettivo di raccogliere $20.000.

(post originalmente pubblicato su StartupItalia!)

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È stata la celebrazione dell’Italia anti-piagnisteo. I Makers, quelli che fanno le cose da soli, che hanno il coraggio di rischiare, sfidando schemi e convenzioni, si sono dati convegno nel Parco della Musica, a Roma, dal 2 al 5 ottobre: un movimento di inventori “in pantaloni di corti”, sognatori di novità, negatori del posto fisso.

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Nella foto: lunghe code per entrare alla Maker Faire Rome, che ha avuto 90 mila visitatori

Chi ha nella memoria i raduni e i cortei dei sessantottini per “cambiare il mondo” inseguendo chimere rosse e cattivi maestri, può vedere nei 90 mila giovani e studenti che hanno affollato lo scorso weekend la Maker Faire di Roma la “quadratura dei girotondi”. Attivi, entusiasti, curiosi, positivi, ma soprattutto “individualisti” nel mettere in gioco la propria creatività e voglia di fare cose concrete e utili. Cioè l’opposto dell’approccio rivendicativo, negativo, politico, dei militanti della “rivoluzione sociale”,  diventata saccheggio di risorse e di speranze.

Eppure, non era inevitabile questo esito. Maestri “buoni’, del fare e del progredire vero, l’Italia ne ha avuti eccome. E una passerella emozionante, stimolante di una ripresa possibile, la trovate nella mostra “Make in Italy – 50 anni di innovazioni italiane, dalla Programma 101 alla prima automobile stampata in 3 D“, che dopo Roma andrà in giro per l’Italia.

L’idea della mostra era partita da New York, dove vivo, quando la scorsa primavera la Ford aveva portato il nuovo modello della Mustang sulla cima dell’Empire State Building per festeggiare i 50 anni dal lancio della mitica automobile. Perché gli americani sono tanto bravi a cogliere ogni occasione per esibire l’orgoglio del Made in USA, ho pensato? Perché non possiamo farlo anche noi?

Proprio 50 anni nasceva il primo personal computer del mondo e a farlo non era stata un’azienda americana, ma l’italianissima Olivetti, che poi lo lanciò a New York nel ’65 ottenendo uno straordinario successo. Era la Programma 101 (P101), creata da quattro giovani italiani guidati da Pier Giorgio Perotto. Ma la loro storia la conoscono pochissimi in Italia (potete leggerla su Che Futuro).

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Nella foto: due “ragazzi” del team di Pier Giorgio Perotto che alla Olivetti crearono il primo personal computer della storia, la Programma 101 (a destra: Carlo De Benedetti)

Così è partito il progetto di raccontarla, realizzato grazie alla Fondazione Make in Italy, fondata da Riccardo Luna, Carlo De Benedetti e da Massimo Banzi. E insieme alla P101 nella mostra ci sono tanti altri contributi italiani fondamentali per la rivoluzione tecnologica degli ultimi 50 anni: dal primo microprocessore (“il computer su un chip”) inventato da Federico Faggin alla prima automobile tutta stampata in 3D, disegnata da Michele Anoé, dalla mano robotica del Sant’Anna al robot opensource dell’Istituto italiano tecnologico, dall’ accelerometro di Murari e Vigna al motore Common Rail costruito dai tecnici Fiat, dalla “palestra in un metro quadrato” fatta a mano nel suo garage da Nerio Alessandri (Technogym) alla “Amazon della moda” di Federico Marchetti (Yoox), dalla plastica “pulita” prodotta con rifiuti e batteri dall’ex grafico Marco Astorri fino ad Arduino, la piattaforma open source di hardware e software usata dai makers di tutto il mondo per inventare di tutto.

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Tante storie che vogliono non solo celebrare il passato, ma ispirare il futuro. E a giudicare dall’energia e dalla voglia di fare espresse dai protagonisti di queste storie durante l’inaugurazione della mostra, giovedì 2 ottobre sera, il futuro dell’Italia non è quello scenario deprimente che appare dai talk show televisivi. “Dopo aver visto questa mostra torniamo a casa pieni di orgoglio e con la certezza che ce la possiamo fare – ha detto Alessandri -. I ragazzi devono capire da qui però che devono avere più fiducia nelle loro idee e più coraggio di rischiare”. Lui si era licenziato dal posto fisso a 22 anni per dedicarsi a tempo pieno alla missione folle di “rimettere in moto il mondo” con le sue macchine da fitness, e c’è riuscito.

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A sinistra: Nerio Alessandri di Technogym, con Riccardo Luna; a destra Marco Astorri di Bio-On (sempre con Riccardo Luna)

“Le storie di questa mostra insegnano che non bisogna smettere di provare strade nuove – ha detto Anoé -. Io so come si fanno le automobili, ci lavoro da 20 anni, ma mi sono chiesto come reinventarle usando la nuova tecnologia della stampa 3D”. Così ha vinto la gara mondiale indetta dalla società americana Local Motors per il disegno della prima auto 3D. E a proposito di auto, fra poco le parti di plastica saranno fatte con quella biodegradabile di Astorri, ha rivelato l’inventore: “Abbiamo stretto un accordo con la Magna International per produrre delle bio-plastiche nell’industria automobilistica. Eravamo partiti con un investimento di 900 euro per un Mac, ora la nostra azienda Bio-on sta per quotarsi in Borsa per 150 milioni di euro”.

Mentre la mostra gira per altre città italiane, gli studenti delle scuole superiori sono invitati a partecipare al concorso per “inventare la nuova P101”, cioè un oggetto capace di “cambiare il mondo” davvero, come è avvenuto per il primo personal computer Made in Italy.

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A sinistra: la P101 hackerata con Arduino. A destra: il robot “bimbo” iCub, una star della mostra

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Anche il sindaco di Roma Ignazio Marino (al centro con la cravatta azzurra) e’ venuto alla Maker Faire Rome

 

Arduino è uno dei marchi italiani high-tech più conosciuti a New York. Quest’anno celebra 10 anni dalla sua nascita: la prima scheda creata a Ivrea è esposta al Museum of Modern Art di New York – e la Senior Curator Paola Antonelli spiega qui perché – e ora anche al Museo della scienza e della tecnologia di Milano all’interno della mostra “Make in Italy”. Ecco la sua storia.

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Dalla Programma 101 ad Arduino: 40 anni dopo la creazione del primo “computer personale” al mondo, ad opera dell’ingegner Pier Giorgio Perotto dell’Olivetti, le sue idee e il suo lavoro sono state fonte di ispirazione per un’altra grande invenzione made in Italy, la piattaforma di hardware e software “open source” Arduino con cui i maker (“quelli che fanno”) di tutto il mondo stanno rivoluzionando la manifattura.

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Semplice da usare e bella da vedere era la P101. Semplice e “bella” è anche la scheda Arduino, blu come la “Casa Blu” che era stata il centro studi Olivetti a Ivrea, progettata da Eduardo Vittoria nei mitici Anni Cinquanta e ristrutturata nel 2000 da un grande altro architetto legato alla storia Olivetti, Ettore Sottsass. In quella “Casa Blu” nel 2001 era nato l’Interaction Design Institute (IDI) per volere dell’allora vicepresidente di Olivetti Franco De Benedetti.

MASSIMO BANZI ARRIVA AD IVREA

Ed è lì che Massimo Banzi, co-fondatore e CEO di Arduino, ha insegnato dal 2002 al 2005 (quando l’istituto è stato chiuso a Ivrea e i suoi corsi sono stati trasferiti alla Domus Academy di Milano). “A Ivrea ho conosciuto alcuni degli ingegneri che avevano lavorato sulla P101 e mi ha colpito la sua storia, per me è stata un’ispirazione – racconta oggi Banzi.

Olivetti è stata una delle prime aziende al mondo ad applicare il design a tutto, dalle sue macchine da scrivere ai suoi uffici. All’IDI lavoravamo in quella atmosfera.

Banzi ci era arrivato “per caso”, senza nemmeno avere in tasca una laurea. Aveva preso il diploma di perito elettrotecnico all’ITIS (Istituto tecnico industriale statale) di Monza – la città dov’è nato il 20 febbraio 1968 – e poi aveva cominciato a frequentare Ingegneria al Politecnico di Milano.

Ma i corsi universitari erano “noiosi” (“guardavamo slide tutto il giorno senza fare mai nulla di concreto”) e Banzi – uno che fin da bambino amava smontare e rimontare tutto – aveva presto lasciato l’università per tuffarsi nell’esperienza pratica: prima come webmaster per ItaliaOnline, poi a Londra con WorldCom e Sky. Fino al 2002 quando, saputo che all’IDI cercavano il sostituto per un professore che improvvisamente aveva dovuto lasciare l’istituto, Banzi aveva deciso di fare domanda.

L’istituto era diretto da Gillian Crampton Smith, che aveva inventato il primo corso di interaction design del mondo al Royal College of Art di Londra, e aveva un’impostazione molto pratica e orientata al business, oltre che al design e alla tecnologia. Ma Banzi aveva capito presto che mancava qualcosa: gli studenti non avevano strumenti adatti a creare i prototipi degli oggetti che disegnavano; quelli disponibili erano complicati e costosi.

Credits: www.ideafimit.it

IL “NONNO” DI ARDUINO

Così era nato il Programma 2003, “il nonno di Arduino”, come lo definisce Banzi, che racconta: “Dal primo modello avevamo deciso di cambiare due cose, la prima era che la scheda doveva essere di colore blu e non verde. La seconda cosa era la forma, riconoscibile rispetto a tutte le altre”.

Ma l’idea è rimasta la stessa: realizzare su una scheda grande come un pacchetto di sigarette e poco costosa (20 euro) un “computer” molto semplice, che chiunque – anche un bambino – può usare seguendo le istruzioni disponibili online, per creare quello che gli pare. Il tutto secondo la filosofia di condivisione e collaborazione della cultura digitale, perché tutti possono utilizzare Arduino liberamente: “La scheda è un semplice pezzo di hardware con licenza libera su cui gira un software open source – spiega Banzi -. Solo il nome è protetto, per il resto fateci quello che volete”.

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COME HA CAMBIATO IL MONDO ARDUINO IN QUESTI DIECI ANNI

A dieci anni dal suo debutto, avvenuto nel marzo 2005, è impossibile sottovalutare il ruolo giocato da Arduino nello sviluppo del movimento dei maker, la comunità di appassionati del “fai-da-te” che usa la “scheda blu” e le nuove stampanti 3D a basso costo per trovare soluzioni ai problemi più diversi. L’ha riconosciuto anche il presidente americano Barack Obama, che ha invitato Banzi alla prima Maker Faire tenuta alla Casa Bianca il 18 giugno 2014, giorno proclamato “National Day of Making”.

L’INNOVAZIONE SENZA PERMESSO

“Adesso non avete più bisogno del permesso di nessuno per fare delle cose meravigliose”, aveva annunciato Banzi aprendo il Ted Global di Edimburgo nel 2012. E decine di migliaia di “inventori” l’hanno preso in parola. C’è chi ha impiegato Arduino per comandare a distanza un macinacaffè, per togliere il volume alla tv quando parlano personaggi insulsi o per creare un’opera d’arte interattiva; un adolescente cileno, Sebastian Alegria, ha elaborato un sistema di monitoraggio dei terremoti prima di quello del suo governo; un gruppo di studenti ci ha fatto Ardusat, un satellite per esperimenti nello spazio aperto a chiunque ne abbia bisogno; persino il CERN (Organizzazione europea per la ricerca nucleare) di Ginevra l’ha adottato per far funzionare un acceleratore di particelle.

Arduino è poi un componente elettronico delle stampanti 3D di Makerbot, il produttore più famoso del settore. E grandi aziende come Apple, Google e Panasonic offrono prodotti integrati con Arduino.

Credits: www.artribune.com

“Siamo solo agli albori di qualcosa di nuovo ed è impossibile individuare oggi il traguardo finale, ma in palio ci sarebbe qualcosa destinato a cambiare per sempre il significato di fabbrica, che in questo modo si avvia ad uscire dai mega capannoni per farsi rete, smaterializzarsi e diventare – al limite – il pc di casa”, ha scritto Riccardo Luna nel suo libro “Cambiamo tutto” (Laterza 2013).

“CREARE E’ UN GIOCO DA RAGAZZI”

La manifattura delle schede Arduino segue già un modello “a rete”: si svolge soprattutto nel Canavese, vicino a Ivrea e fa leva sulle competenze sviluppate in quell’area dai tempi d’oro dell’Olivetti. La progettazione e il disegno sono a cura di Smart Project, fondata nel 2004 dall’ingegnere elettronico Gianluca Martino, che è anche uno dei co-fondatori di Arduino (*). System Elettronica invece stampa i circuiti: il suo titolare Ludovico Apruzzese “vive il circuito stampato come se fosse una forma d’arte”, racconta Banzi. “Per fare il colore blu giusto c’è voluto un anno”, ha ricordato Apruzzese nel web documentario “Arduino: Creare è un gioco da ragazzi” di Andrea Girolami e Opificio Italia, per Wired.

L’esempio del Canavese suggerisce che il matrimonio fra una nuova tecnologia come Arduino e la tradizione di distretti industriali basati su piccole e medie imprese può aprire nuove opportunità per il made in Italy, soprattutto se anche gli imprenditori si convertono a una mentalità collaborativa.

Intanto Arduino nel 2011 ha aperto a Torino le Officine Arduino, il primo Fablab (laboratorio di fabbricazione digitale) italiano, dove macchine come le stampanti 3D sono messe a disposizione di chi vuole costruire prototipi per le sue invenzioni. E alla Maker Faire Rome dell’ottobre 2014 Arduino ha lanciato la sua prima stampante 3D, Materia 101, progettata e realizzata insieme a un’altra eccellenza italiana, l’azienda Sharebot di Nibionno (Lecco), che condivide la stessa filosofia open source e DIY (Do It Yourself o “fattelo da solo”). Il nome e il look – disegnato dallo studio ToDo – sono un richiamo esplicito alla P101, alla sua semplicità d’uso e alla sua accessibilità anche per i non super esperti. È una sorta di “cubo” bianco – grande 31x33x35 centimetri -, pesa solo dieci chili ed ha un costo abbordabile (603 euro se in kit o 736 euro se assemblata, più Iva). Per stampare utilizza la tecnologia Fused Filament Fabrication, ovvero filamenti di acido polilattico (PLA), un materiale termoplastico e biodegradabile.

Con Materia 101 o con altre stampanti 3D collegate alle schede Arduino, la creatività dei maker non ha limiti.

E se un prototipo funziona, l’inventore può testare il mercato chiedendo il supporto finanziario diretto dei potenziali clienti attraverso le piattaforme di crowdsourcing come Kickstarter, fino a fondare una startup e avviare un vero business. “È un altro frutto della democratizzazione avviata da Internet”, osserva Banzi.

Tutto era partito dal bar di Ivrea che ha ispirato il nome della scheda blu: l’Antica Caffetteria Arduino. Era lì che Banzi e i suoi studenti dell’Interaction Design Institute si fermavano fino a tarda notte per discutere dei loro progetti. Meriterebbe una targa da “locale storico” per l’innovazione italiana, come quella che c’è a Paolo Alto davanti al garage di Bill Hewlett e Dave Packard, “luogo di nascita della Silicon Valley”.

(*) Gli altri sono David Cuartielles, ingegnere spagnolo specializzato in microchip, ricercatore all’Interaction Design Institute di Ivrea e ora direttore del Laboratorio di Elettronica all’università di Malmo in Svezia; Tom Igoe, professore all’Interactive Telecommunications Program (ITP) della Tisch School of the Arts (New York University); e David Mellis, sviluppatore di software arrivato a Ivrea dal MIT (Massachusetts Institute of Technology, Cambridge, USA).