Archives For

“La mia impressione e’ che la qualità dei progetti e delle persone che vengono a New York per fondare o sviluppare una startup sia in grande costante crescita. Bene per il nostro Paese”, mi ha scritto Claudio Vaccarella a commento dell’evento “Meet the New Italians of New York” nell’innovazione tecnologica, che si è svolto martedì 29 giugno sera al Consolato italiano di New York. L’incontro faceva parte del nuovo progetto del Consolato che si propone come punto di riferimento dei “New Italians”.

Claudio, fondatore e ceo di HyperTV, era uno dei sei panelist: una bella varietà di business ed esperienze, con cervelli – e cuori/passioni – italiani alle prese con il mercato americano e globale. La discussione è stata ricca di spunti interessanti per il numeroso pubblico. Eccone alcuni.

HyperTV ha sede sia a NYC sia a Roma, dove ha la squadra di ingegneri. Claudio: “Avere lo staff diviso fra Roma e New York non è un problema, anzi è un vantaggio. Non ci sono problemi tecnologici né culturali. Oggi la diversità è un asset e, se potessi, avrei altri collaboratori in altri Paesi, per esempio in India dove c’è una grande tradizione nel campo degli algoritmi”.

Lorenzo Thione, fondatore e ceo di The Social Edge, oltre che produttore di musical a Broadway: “Oggi tutti, anche gli artisti devono essere imprenditori di se stessi: capire qual è il loro pubblico, a che cosa il loro pubblico è interessato e studiare strategie – di branding, social media, ecc. – per raggiungerlo. Niente viene calato dal cielo”.

Pietro Guerrera, general manager di Eattiamo, che ha fatto il pitch agli investitori il 2 giugno dentro FoodX: “Il pitch in Italia è apprezzato se pieno di numeri, tipo business plan. Qui in America il pitch dev’essere uno show, breve e d’impatto emotivo. L’importante per una startup è essere flessibile e capire quando deve cambiare approccio: qui a New York i mentor di FoodX ci hanno fatto capire subito che dovevamo cambiare dal modello del marketplace – semplice vendita online di prodotti – al modello “box subscription”. Abbiamo accettato il consiglio e sta andando bene”.

Cecilia Lubatti, recruiting manager di Opportunity Network: “Per lavorare in una startup bisogna essere disposti a rimettersi sempre in discussione, partire da zero per creare tutti gli strumenti e i processi di cui la startup ha bisogno per funzionare, imparare dagli errori e dai fallimenti e ricominciare”.

Riccardo Napolitano, co-fondatore e ceo di ARM23: “A 54 anni ho deciso che adesso o mai più, passare dal lavorare in grandi gruppi a creare una cosa nuova. La sfida è eccitante“.

Alessandro Piol, VC e angel investor a NYC: “Se la startup è nelle fasi iniziali, un investitore guarda soprattutto alla squadra, alle qualità umane e professionali di chi la guida. Altro elemento cruciale è il mercato a cui si rivolge: dev’essere molto largo, non una nicchia, perché le nicchie sono molto più rischiose. Quanto al prodotto in sé, bisogna vedere se è troppo “precoce” – è il mercato non è pronto – o se arriva tardi e c’è già troppa concorrenza, in entrambi i casi è un problema. L’ultima delle preoccupazioni è quella che la propria idea venga copiata: spesso la stessa idea, o qualcosa di molto simile, è venuta in mente ad altri imprenditori; ma quello che conta davvero è l’esecuzione dell’idea, la capacità di trasformarla davvero in un business di successo”.

(articolo da StartupItalia)

Vale la pena spendere qualche migliaio di euro per una full immersion nella comunità newyorkese delle startup? Pare di sì, a sentire il feedback di due delle tre startup italiane che hanno partecipato all’ultimo programma di VentureOut, l’organizzazione fondata da Brian Frumberg, che ogni mese porta nella Grande Mela startup da tutto il mondo. Quelle dall’Italia vengono selezionate dall’Italian business & investment initiative di Fernando Napolitano. Questa volta erano appunto solo tre. Come mai? Stanchezza della formula? Pochi soldi da investire in un viaggio oltreoceano? Scarso interesse per un’espansione fuori dall’Europa?

Forse un insieme di tutto questo. Però i fondatori di Haamble e Foodiestrip che hanno passato una settimana a contatto con altri fondatori di startup, investitori e consulenti qui a New York dicono che ne è valsa la pena. Anche perché entrambe le società sono gia’ a uno stadio abbastanza avanzato del loro business e pensano ad aprire sedi nella Big Apple.

«Mi sono piaciuti moltissimo il fermento e l’accelerazione che si respirano nel mondo social e digital a New York, in confronto all’Europa – mi ha detto Massimo Ciaglia, il fondatore di Haamble. Sono tornato in Italia con un bagaglio ricco di nuove esperienze e già pronto per organizzare un secondo viaggio di follow-up. Spero di trovare presto un VC o Angel americano che voglia investire in Haamble e aprire al più presto una sede a New York».

«Dal viaggio negli States ci aspettavamo nuove conoscenze/network e la scoperta di strumenti tecnico/finanziari per raggiungere i nostri obiettivi – hanno detto i fondatori di Foodiestrip, Fabrizio Dorem, Roberto Massi e Alessio Poliandri. Abbiamo apprezzato soprattutto la semplicità con cui a New York si trovano consulenti e professionisti che comprendono perfettamente il business del web e delle app. Ci ha deluso invece il modo in cui VentureOut ha organizzato i pitch la sera dello showcase, quando ci siamo incontrati con potenziali investitori e con il pubblico nello spazio WeWork: non abbiamo avuto tempo per prepararci e nei pochi minuti disponibili e’ stato difficile spiegarsi».

HAAMBLE

Haamble è un network che mette insieme Foursquare, Tinder e anche un po’ di Groupon. Ma Ciaglia giura che il suo approccio è del tutto innovativo. «Foursquare non ha la correlazione con le persone, mentre Tinder non ha i luoghi – dice il fondatore -. Haamble e’ una app unica al mondo, coperta da un brevetto, che consente di interagire con chiunque in ogni luogo. Ma estende anche le funzionalità di Groupon, perché con la piattaforma di proximity marketing che forniamo ai commercianti consentiamo loro di inviare notifiche push con micro-campagne geolocalizzate».

Abbiamo apprezzato soprattutto la semplicità con cui a New York si trovano consulenti e professionisti che comprendono perfettamente il business del web e delle app.
Ciaglia ha già trovato in Italia alcuni sponsor e investitori: Microsoft ha incubato la startup in Bizspark, fornendo per tre anni tutta l’infrastruttura e le licenze senza costi; Atlantis è entrata nel capitale con 300 mila euro e Fira ha investito ulteriori 700 mila euro.

Il fondatore ha lo spirito di un ragazzino, entusiasta per la nuova avventura, ma è un veterano delle startup. Laureato in Scienze dell’Informazione all’università “La Sapienza” di Roma, Ciaglia ha 42 anni, è sposato e papà di due figli di cinque anni e un anno, è il Digital Champion del comune di Mentana dove vive e nel suo curriculum ha anche una società quotata al Nasdaq. «Nel 1997 avevo creato Euronet consulting, acquisita poi in concambio azionario dalla Vertex interactive, con cui da azionista sono stato al Nasdaq per due anni fino al 2002 – racconta Ciaglia -. Ho anche costituito B-tech-net nel campo dell’IT security, cedendola nel 2009. Poi ho fondato Wisegroup Europe e l’ho venduta nel dicembre 2014».

Per fondare Haamble Ciaglia ha usufruito della legge italiana a favore delle startup: «Grazie al brevetto registrato siamo stati subito considerati impresa innovativa, con agevolazioni fiscali per i nostri investitori e notevoli risparmi per il costo del personale», spiega Ciaglia. Al momento impiega dieci persone, ha raggiunto 62 mila downloads dopo un mese e mezzo dal lancio su Apple Store e Google Play e il prossimo passo e’ aprire in Gran Bretagna.

Massimo Ciaglia

Massimo Ciaglia di Haamble

FOODIES

Foodiestrip è un nuovo servizio di recensioni di ristoranti per risolvere un problema che affligge molti social network come tripadvisor.com e yelp.com: i commenti fasulli, di gente che non ha mai sperimentato il posto di cui scrive. «Ovunque si possono rilasciare recensioni, giudizi e molte altre attività di valutazione senza alcuna certezza sull’identità dell’utente – spiegano i fondatori di Foodiestrip.com. Con noi gli utenti ricevono l’autenticazione e il check-in nel ristorante tramite APP, e solo dopo questo possono recensire il posto. Offriamo uno strumento unico al mondo che può rafforzare il concetto di autorevolezza per tutti quei social network che parlano di cibo online».

Doremi, Poliandri e Massi sono tre amici di San Benedetto del Tronto appassionati di informatica – i primi due hanno 38 anni, il terzo ne ha 31, tutti sposati e con figli – e già lavoravano insieme in Wiloca, un’agenzia web che Doremi e Poliandri hanno fondato nel 2005 e con cui hanno fra l’altro creato il sito gamberorosso.it . Hanno avuto l’idea di foodiestrip.com nel 2012 e finora l’anno finanziata con i propri risparmi (circa 300 mila euro). Hanno gia’ una base di 800 mila ristoranti registrati e a gennaio 2016 lanceranno la piattaforma online per il pubblico.

Fabrizio Dorem di Foodiestrip

La terza startup venuta e New York con VentureOut era LikeinItaly di Giuseppe Arturo: «La prima community del gusto italiano nel mondo».

Giuseppe Arturo di LikeinItaly

«Il governo italiano è leader nel capire l’importanza del movimento dei maker per la crescita economica di un Paese attraverso l’innovazione tecnologica». Me l’ha detto alla Maker Faire di New York Dale Dougherty, il fondatore di Maker Media, il gruppo multimediale che nove anni fa lancio’ la prima Maker Faire nella Bay Area, in California.

IMG_3308

Dale Dougherty, il fondatore di Maker Media

Gli avevo chiesto come mai – e che cosa pensa del fatto che – il governo italiano era l’unico con una presenza organizzata alla Maker Faire di New York, la cui sesta edizione si e’ tenuta il 26 e 27 settembre, come al solito attorno alla New York Hall of Science (NYSCI) nel Queens, nella stessa area dove 50 anni fa ci fu la World’s Fair.

«Finora oltre a quello italiano solo il governo della Gran Bretagna ha avuto un proprio spazio in una Maker Faire, quella di Shenzhen in Cina – ha aggiunto Dougherty. Le autorità ancora non capiscono l’importanza della rivoluzione dei maker, ma piano piano ci stanno arrivando».
Gli eventi con il marchio Maker Faire sono ormai 150 nel mondo, con 1 milione di partecipanti. Il più grande resta quello originario californiano con 140 mila visitatori, seguito da New York con circa 90 mila e da Roma con un pubblico altrettanto vasto. «Il bello di New York sono le persone che ci vengono: mentre nella Bay Area partecipano soprattutto i ‘techie’, qui le persone sono le più diverse, con interessi e background i più disparati», ha osservato Dougherty. E’ la caratteristica del melting pot della Grande Mela, anche nel mondo delle startup tecnologiche.

Arduino è diventato newyorkese
A New York gli italiani si sono distinti per la loro creatività a prescindere dal supporto governativo. Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino Project e da poco diventato “newyorkese” (Adafruit produce Arduino Gemma nella sua fabbrica a New York), si e’ confermato una star nel mondo dei maker, dove la piattaforma open-source di hardware-software creata dieci anni fa a Ivrea e’ uno degli strumenti più usati per inventare nuovi progetti. Nella sua presentazione “State of Arduino”, una delle più seguite, Banzi ha parlato del nuovo Arduino Tre, il primo con un processore ARM Cortex-A8 fatto in partnership con Texas Instruments e capace di funzionare con Linux.

Massimo Banzi presenta “State of Arduino”

Il padiglione Makers Italia organizzato dall’Italian Trade Agency (ITA o Ice, Istituto per il commercio estero) era grande, almeno il doppio dell’anno scorso, quando per la prima volta una missione di startup italiane era stata sponsorizzata da un’agenzia governativa. Lo scorso maggio i “Makers Italia” hanno debuttato anche alla Maker Faire della Bay Area, sempre con il coordinamento dell’agenzia Ice di Chicago diretta da Matteo Picariello.

IMG_3312
il padiglione Makers Italia

Le tre startup più attive sotto il logo Makers Italia a New York erano BioPic, Wasp e Solido3D. Le ultime due fanno parte – insieme a D-Shape della neonata rete di imprese Fonderie Digitali. Tutte e tre hanno ambiziosi progetti di sviluppo in America.

1. BioPic
BioPic con i suoi orti verticali domestici a LED è già pronta per coltivare frutta e verdura su Marte, dove l’agenzia spaziale americana NASA ha appena annunciato di aver trovato l’acqua. Intanto, alla Maker Faire ha messo in cascina il premio Blue Ribbon Editors Choice New York 2015 della rivista MAKE.

L’orto di BioPic costa 900 dollari e molti alla Maker Faire hanno dimostrato interesse per comprarlo
«Siamo nati come startup solo sei mesi fa, ma sulla base di una ricerca che sviluppiamo da cinque anni – ha raccontato Renato Reggiani, fondatore di BioPic. Mettiamo insieme le tecnologie più avanzate con quelle antiche della tradizione italiana. Così la nostra irrigazione domestica è ispirata ai sistemi ollari usati nella antica Roma: utilizza le proprietà dei nuovi materiali ceramici e della terracotta per permettere fino a due settimane di autonomia per le piante senza il rischio di allagamenti, perché non dev’essere collegata alla rete idrica». L’intero “orto” costa $900 e molti alla Maker Faire hanno dimostrato interesse per comprarlo. Ma c’è un problema: le verdure nascono da semi “stampati” in stuoie da applicare sulla terra contenuta nei vari cassetti dell’orto verticale; e importare semi negli Stati uniti e’ un incubo. “Stiamo studiando come superare questo ostacolo”, ha detto Reggiani, fiducioso di farcela.

IMG_3316
Renato Reggiani di BioPic (a destra) con Matteo Picariello, ICE

2. Wasp
«Vogliamo fondare un’azienda qui negli Usa per vendere le stampanti 3D di Wasp» ha spiegato Pietro Gabriele, presidente di Fonderie Digitali. Saranno ‘Designed in Italy, Made in Usa. «La produzione in America è importante per servire meglio i clienti con l’assistenza e i ricambi. La fabbrica sarà probabilmente nella Bay Area e speriamo di aprirla entro otto mesi». Le stampanti 3D Wasp sono per l’uso professionale di creativi che devono velocemente realizzare prototipi. Costano da $3.500 a $18.000 e Wasp – che impiega una ventina di persone fra dipendenti e collaboratori – ne vende già 700 l’anno in Europa.

IMG_3317
Pietro Gabriele di Fonderie Digitali e Wasp

3. Solido 3D
Solido3D sta per lanciare una campagna su Kickstarter per produrre Olo: una app che, insieme a una “scatola” e alla resina, trasforma uno smartphone in una stampante 3D. Costerà solo $99 e potrebbe essere disponibile già per la prossima stagione di regali natalizi. “E’ uno strumento per avvicinare i giovani al mondo dei maker, per far crescere una nuova generazione di creativi”, ha spiegato Filippo Moroni di Solido3D, uno dei pionieri della stampa 3D in Italia, mostrandomi con orgoglio il premio “Maker of Merit” ricevuto alla Maker Faire.

IMG_3319
Filippo Moroni di Fonderie Digitali e Solido3D

4. D-Shape
Ancora top secret sono invece i progetti della D-Shape di Enrico Dini, il primo al mondo a “stampare case” con la tecnologia 3D. “Abbiamo in cantiere una grande novità , noi di Fonderie Digitali con D-Shape per il 2017 negli Usa, ma per ora non possiamo parlarne”, ha detto Moroni.

Dini pero’ ha già una società americana basata a New York, la D-SHAPE Enterprises LLC creata insieme all’architetto e costruttore newyorkese Adam Kushner. “Stiamo lavorando a un progetto sperimentale per mostrare di che cosa e’ capace la mia stampante 3D – ha spiegato Dini -. Vogliamo usarla per costruire una piscina nei terreni privati di Kushner nella Valle dell’Hudson, a Nord di New York. Intanto stiamo ricevendo dichiarazioni di interesse da parte di investitori americani”. La capacita’ dei blocchi stampati da D-Shape di trattenere l’acqua potrebbe essere usata per creare falde acquifere artificiali nel deserto. “E’ il mio sogno di fare una bonifica al contrario di quella maremmana – ha detto Dini -. Lo proporrò all’emiro del Kuwait, che può avere i soldi e la lungimiranza di applicare questa tecnologia. Sono convinto che la nuova corsa all’oro sara’ nel deserto”.

IMG_3342

Daniele Mazzei di Viper

5. Viper
Un’altra startup italiana presente alla Maker Faire e già domiciliata a New York e’ Viper. E’ una suite che usa un linguaggio software molto semplice (Python) e gira su schede come Arduino per “animare” o rendere “intelligente” qualsiasi apparecchio, da una lampada al frigorifero. “Ci rivolgiamo sia ai maker sia ai designer ‘tradizionali’ che hanno bisogno di ridurre i tempi dalla progettazione al lancio sul mercato dei loro prodotti”, ha spiegato Gabriele Montelisciani, co-fondatore di Viper, venuto qui insieme ai partner Daniele Mazzei e Giacomo Baldi, tutti molto soddisfatti dei contatti presi alla Maker Faire. La loro avventura pubblica era partita la scorsa primavera una campagna su Kickstarter, che ha raggiunto l’obbiettivo di raccogliere $20.000.

(post originalmente pubblicato su StartupItalia!)

IMG_3307IMG_3310

 

Le startup italiane corrono. Crescono e imparano velocemente. L’ho visto dal campione di cinque giovani società che ho incontrato venerdì 4 settembre alla fine della loro settimana a New York. Erano i vincitori dell’edizione 2015 di InnovAction Lab, reduci da un programma molto intenso di incontri con protagonisti dell’ecosistema newyorkese di startup – dagli investitori ai gestori di incubatori passando per chi lavora nelle società – organizzato molto bene dai loro mentori: il professore di Informatica Paolo Merialdo, l’amministratore di LVenture Roberto Magnifico e il direttore del programma di accelerazione di LUISS ENLABS Augusto Coppola.

Oltre alla loro giovane età – sono tutti studenti universitari e quindi attorno ai 22-23 anni – mi ha colpito la loro voglia di sentirsi subito al passo con la “velocità” della Grande Mela e la loro mentalità in sintonia con quella americana. Non a caso parecchi di loro hanno avuto già esperienze di vita negli Stati Uniti, che li hanno arricchiti di una marcia in più, e hanno anche già avuto esperienze di lavoro con cui hanno mostrato il loro spirito imprenditoriale.

MEMiO, l’app per ricordare alle nonne le pillole
«Quando avevo 16 anni ho studiato sette mese negli Usa, in Kentucky, ho costruito un quadcopter e ho guadagnato i miei primi quattrini vendendo hot-dog, CDs e preservativi ai miei compagni di classe», racconta per esempio Benedetto Buratti, studente di Ingegneria che e’ stato uno dei fondatori di MEMiO , la startup romana arrivata prima nella competizione di InnovActionLab. Memio – che ora e’ guidata da Roberta Musaro’ – vuol risolvere un problema molto comune, quello degli anziani bisognosi di cure ma che si dimenticano facilmente di prendere le medicine prescritte. La soluzione è un portapillole “intelligente” che eroga le pillole al momento giusto, ricordando al paziente di prenderle e tenendo i suoi cari e il suo dottore informati sul suo stato. «Qui a New York ho imparato quanto e’ importante far sentire che ci metti molta passione nella tua impresa, anche se ovviamente la passione non basta», ha detto Benedetto.

Passparyou niente più problemi di sicurezza online
«Io ho capito che se vogliamo avere successo dobbiamo concentrarci sui nostri obiettivi e lavorare sodo, non lasciarci risucchiare dai ritmi diversi dell’ambiente italiano», ha detto Ugo Buonadonna, 23 anni, studente di Informatica, co-fondatore e CEO di Passparyou. Che è un sistema innovativo per risolvere il problema della sicurezza online, senza far uso di password, ma applicando la tecnologia Blockchain, quella alla base di Bitcoin. «Ho sempre avuto entusiasmo per la tecnologia – ha aggiunto Buonadonna – e seguo da tempo il mondo Bitcoin. Ci ho anche investito. I nostri clienti potenziali sono le aziende per i loro siti Internet».

Gelati buoni e sostenibili con Icedreams
«Dall’Expo di Milano a New York: il nostro sogno è di aprire una società qui in America e avviare una catena di negozi in franchising», ha detto Simone Giacomelli, laureato in Economia all’Università di Verona e CEO di Icedreams. Lui in America c’era già stato un anno e mezzo con una borsa di studio alla Fitchburg State University, vicino a Boston. E il buon feeling con l’America dev’essergli servito per riuscire a far ammettere Icedreams all’American Food 2.0 – Feeding the accelerator, l’acceleratore del padiglione di Expo degli Stati Uniti, al quale sono state invitate solo dieci startup in tutto il mondo (StartupItalia! ne ha parlato qui). «Non siamo un’azienda che fa solo gelati e per questo stiamo pensando di cambiare il nostro nome – precisa Simone che a New York è venuto insieme al co-fondatore e chief operating officer Zeno Tosoni. La nostra innovazione tecnologica infatti può essere applicata per creare altri prodotti alimentari che sono buoni, fanno bene alla salute e sono sostenibili». Per ora il loro primo prodotto è una formula granulare, derivata da fibre naturali, che mischiata all’acqua e a ingredienti locali (frutta e verdura) in pochi minuti permette di creare a freddo il gelato. Lo potete assaggiare nel primo negozio aperto in Italia, a Milano nella Piazza Gae Aulenti (Porta Garibaldi). “Stiamo studiando come aprire pop store anche qui in America – dice Simone. In particolare qui a New York ci sono molte realtà nel food-tech con cui possiamo collaborare. Questo viaggio ci è servito per prendere contatti con loro».

Tutored più facile trovare un insegnante per le ripetizioni
New York è piaciuta molto a Gabriele Giugliano, il ventitreenne romano fondatore e CEO di Tutored. «È una città fatta apposta per le startup: ci sono mille eventi a cui partecipare e fare networking – ha osservato Gabriele. Ma qui tutto sembra anche più duro, perché c’è molta più competizione, ci sono molti più startupper che cercano di attirare l’attenzione e conquistare finanziamenti dagli investitori». A Gabriele non manca però il coraggio di buttarsi e la fiducia di potercela fare. «Credo che la nostra crescita sia piuttosto veloce anche per i canoni newyorkesi, o no?», mi ha chiesto, citando i numeri di Tutored, sito che mette in contatto gli studenti universitari che hanno bisogno di appunti e ripetizioni con quelli che possono darglieli e far loro da tutor: in nove mesi dalla nascita ha raggiunto 400 mila utenti in Italia, ricevuto 800 mila euro di finanziamenti e impiega direttamente 15 persone, tutti studenti. «Il nostro prossimo passo è aprire sedi a Berlino e Londra per allargarci al mercato europeo – ha detto Gabriele -, mentre stiamo cercando partner a New York per entrare anche negli States».

Un braccialetto e una placchetta per combattere la sordità
«Questo viaggio mi ha aiutato a capire meglio che cosa vogliono i venture capitalist», ha detto Alessandra Farris, co-fondatrice e CEO di IntendiMe, startup di Cagliari che vuol risolvere il problema dei sordi che vivono soli. «È un problema a me molto vicino, perché i miei genitori sono sordi», spiega Alessandra, la veterana del gruppo (ha 35 anni), che ha studiato Letteratura classica mentre lavorava in diversi negozi e ha anche vissuto nel 2013 in Canada. IntendiMe è un sistema fatto di placchette/sensori da applicare alle fonti di rumori – come il campanello della porta o un rubinetto dell’acqua – che mandano vibrazioni a un braccialetto indossato dalla persona sorda per avvisarla e sono anche collegati allo smartphone (StartupItalia! ne ha parlato qui). La startup sta mettendo a punto dei prototipi e sta pensando a una campagna di crowdfunding per raccogliere i fondi necessari alla produzione.

A cosa è servita la New York di Innovaction Lab
I ragazzi di InnovActionLab sono ripartiti da New York carichi di energia e di idee. Spero che il loro esempio stimoli molti altri loro coetanei a diventare “imprenditori di se stessi”: la formula giusta per vivere bene nella nuova economia, come ha spiegato loro Flavio Palandri Antonelli, ingegnere di software a Google durante la loro visita alla sede newyorkese del motore di ricerca.

NB: articolo originariamente pubblicato su StartupItalia! 

estory su Corriere.it scritta da esperto high-tech Edoardo Segantini

Maria Teresa Cometto e Alessandro Piol hanno scritto insieme un bellissimo libro sulle startup a New York, “Tech and the City, un modello per l’Italia”, editore Guerini e Associati. Diversamente da altri di questo genere, che pretendono di indicarci l’ubicazione della pietra filosofale, o ci infliggono tediose lezioncine pratiche di management, è un racconto bello, ricco di competenza e dai toni “caldi”.

Il mix degli autori è un buon mix: Maria Teresa è una bravissima, appassionata giornalista che da molto tempo si occupa di economia e tecnologia per il Corriere della Sera; e Alessandro Piol, figlio del leggendario Elserino, prima top manager Olivetti e poi imprenditore, come suo padre è un venture capitalist con più di trent’anni di esperienza in campo tecnologico.

Entrambi vivono a New York, lei da tredici anni, lui da molti di più, ed entrambi sono perdutamente innamorati della città che li ha adottati, di cui conoscono ormai vita, morte e, soprattutto, miracoli. Ma amano anche il proprio Paese d’origine, al quale, in fin dei conti, il loro messaggio è dedicato.

Dall’interazione delle competenze è nato un libro che narra, nella prima parte, la storia della comunità hi-tech newyorkese, dall’euforia della Silicon Alley degli anni Novanta a oggi, con il pieno emergere di un polo dell’innovazione in qualche modo alternativo a quello delle origini: la Silicon Valley californiana nata intorno, o accanto, all’Università di Stanford.

La seconda parte è una sorta di Magical Mystery Tour attraverso i luoghi della Grande Mela in cui si costruisce il futuro, dal quartiere di Chelsea dove ha un intero isolato – quasi un palazzo di governo – Google, fino all’East Village dove “abita” Meetup, e poi Brooklyn e i suoi “makers” (i nuovi produttori), e Queens con la startup Shapeways che realizza la fabbrica del futuro con la stampa tridimensionale. Fino al South Bronx, uno dei luoghi più poveri d’America, dove pure qualcosa si sta muovendo grazie all’incubatore Sunshine.

La terza parte è una rappresentazione dell’ecosistema newyorkese – un polo formidabile di attrazione per i giovani di tutto il mondo – e del senso della comunità che lo contraddistingue. Dove si analizzano i vantaggi di Silicon Alley rispetto a Silicon Valley, le condizioni più favorevoli sulla East Coast per le donne imprenditrici e le startup fai-da-te con il crowdfunding.

Ma, come si diceva all’inizio, il racconto prevale sempre sul tono didascalico e sul manuale, anche se il volume è corredato di informazioni utili sia sulle startup newyorkesi che sulla legge italiana approvata dal governo Monti (e duramente criticata da Elserino Piol). E, dunque, diversamente da altri tomi, si fa leggere volentieri.

https://twitter.com/SegantiniE

 

Introduzione

Alessandro Piol —  marzo 7, 2013 — Leave a comment

Questo blog è una celebrazione della comunità imprenditoriale di New York.  È anche il blog di accompagnamento del nostro libro, Tech and the City, pubblicato in Italia da Guerini.

Avendo vissuto a New York per molti anni e avendo partecipato alla prima fase degli startup Newyorkesi, negli anni ’90, abbiamo sentito il bisogno di scrivere un libro che parlasse delle origini e dello sviluppo di New York come comunità tecnologica d’avanguardia.  L’ecosistema newyorkese non è ancora sviluppato come quelli della Silicon Valley o di Boston, ma quello di New York è speciale: si inserisce nella diversità della sua popolazione e delle sue industrie, offrendo uno speciale mix di affari, finanza, arte, media, design, pubblicità, moda e tecnologia.

La comunità tecnologica è quintessenza New York, riunendo persone con background ed esperienze diverse da quelle che si possono trovare a  Boston o San Francisco, in una città dove gli imprenditori, gli investitori e la città di stessa New York lavorano assieme per abbattere le barriere e si aiutano a vicenda.

Lo scopo di questo blog è di continuare la storia di Tech and the City, rendendovi partecipi del nostro viaggio nella comunità newyorkese con altre notizie, storie, interviste, foto e video che raccoglieremo in futuro.

Ma il blog propone anche informazioni utili per gli imprenditori che vogliono trasferirsi in questa città e hanno bisogno di aiuti e suggerimenti. Mantenere un database di informazioni completo è quasi impossibile, ma pensiamo che questo possa essere un buon punto di partenza per molti.

Maria Teresa Cometto & Alessandro Piol