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Il “gemellaggio’ New York-Milano per scambiare ospitalità ed esperienze fra startup e’ stato un flop. Si tratta dell’edizione milanese del programma di scambi Global Business Exchange lanciato dalla New York City Economic Development Corporation (NYCEDC), un’agenzia della città di New York che lavora per promuovere l’economia locale e dai tempi del sindaco Mike Bloomberg e’ focalizzata in particolare nella promozione dell’ecosistema delle startup tecnologiche.
Il Global Business Exchange vuole aiutare le startup a trovare occasioni di sviluppo nei mercati esteri: offre fino a sei mesi di spazio gratis per una persona in un co-working space nella città ospite; networking e mentori; biglietti aerei gratuiti; accesso a incentivi logistici, fiscali e finanziari.
Il primo programma era stato siglato fra NYC e Parigi e si e’ volto l’anno scorso: 40 startup newyorkesi hanno fatto domanda, otto sono state ammesse e sono andate nella capitale francese per sei mesi per esplorare da li’ il mercato europeo; mentre un gruppo di parigine sono venute nella Grande Mela.
Il bando per l’edizione milanese invece ha suscitato scarso entusiasmo fra le startup newyorkesi: solo 15 hanno fatto domanda e appena tre alla fine hanno scelto di andare davvero nella capitale lombarda per sei mesi. Ma il programma – che dipende dall’assessorato per la Trasformazione sociale e i servizi civici del Comune di Milano – non e’ ancora partito. I responsabili non vogliono fare commenti. Da New York l’impressione e’ che Milano non abbia saputo spiegare chiaramente alle startup newyorkesi i vantaggi dell’esperienza milanese, ne’ abbia saputo mettere a punto un programma attraente.
Una decina di startup milanesi invece sono già qui a New York (15 avevano fatto domanda) e hanno cominciato a lavorare. Sono: ELSE Corp, Roialty, Instal, Beast Technologies, Viralize, Genenta, Xmetrics, Sharewood, Blubrake e WIB Machines.
“Certo l’appetibilità di Milano e’ bassa, come e’ bassa pero’ quella della maggior parte di altre città del mondo – ha commentato Gianluigi Galletto, ex responsabile del programma alla NYCEDC -. Anche con Parigi abbiamo faticato all’inizio a causa anche di molte percezioni sbagliate: all’epoca mi ero impegnato personalmente in una campagna di branding e awareness su Parigi  (che ha ormai superato Berlino come valore di investimenti di venture capital) nel network di startup newyorkesi”.
Evidentemente Milano questa campagna non l’ha fatta e non e’ riuscita a far leva sui suoi punti di forza – come il design, la moda, i wearables, il digital manufacturing – per attirare l’interesse delle startup newyorkesi; ne’ ha saputo offrire un insieme di incentivi appetibili.
Peccato, un’occasione sprecata. E la conferma che fra il dire e il fare c’e’ di mezzo l’oceano: tanti vengono a new York a parlare di costruire “ponti” fra Italia e Usa, ma pochi fanno seguire alle parole l’esecuzione di piani precisi.

Tutti gli occhi della tech community di New York – e del mondo intero – sono puntati sull’esperimento di The Bridge: un palazzo di sei piani dentro il nuovo campus della università Cornell Tech in costruzione sull’isola Roosevelt.

The Bridge at Cornell Tech, disegnato da Marion Weiss e Michael Manfredi, Co-Fondatori di Weiss/Manfredi Architecture

The Bridge at Cornell Tech, disegnato da Marion Weiss e Michael Manfredi, Co-Fondatori di Weiss/Manfredi Architecture

Il campus aprirà a settembre, ma the Bridge ha già annunciato il suo primo inquilino, ha scritto il Wall Street Journal: Two Sigma Investments una società newyorkese di investimenti specializzata in startup tecnologiche. “Crediamo che il legame fra una società come la nostra e i brillanti professori e studenti di Cornell Tech ci permetterà di reclutare quel talento ed essere vicini alle idee”, ha detto Alfred Spector, chief technology officer di Two Sigma.

Sviluppato e gestito da Forest City Ratner Cos, The Bridge ha come missione abbattere le barriere fra l’accademia e il mondo esterno e promuovere le connessioni fra aziende stabilite e startup. “Questo e’ il cuore di quello che cerchiamo di fare, costruire un ambiente dove aziende affermate, startup, agenzie governative, il nonprofit e l’accademia possano lavorare insieme più da vicino”, ha spiegato Daniel Huttenlocher, il rettore di Cornell Tech.

Tutti parlano degli “influencer” e di quanto siano importanti ormai per qualsiasi business. C’e’ un italiano che a New York ha creato una startup The Social Edge, che fa business con gli influencer, aiutandoli ad allargare l’audience e anche a guadagnarci, senza dover ospitare pubblicità, come capita invece agli YouTuber. E’ Lorenzo Thione, milanese classe 1978, imprenditore seriale già famoso nel mondo delle startup per aver fondato nel 2006 Powerset, un motore di ricerca su Internet basato sul linguaggio naturale, comprato nel 2008 da Microsoft per 100 milioni di dollari e inglobato poi in Bing.

Lorenzo Thione

Lorenzo Thione

La storia di Lorenzo Thione
Thione era sbarcato negli Stati uniti nel 2001 con una borsa di studio del Politecnico di Milano, per completare i suoi studi di Ingegneria all’Università del Texas ad Austin. Laureato nel 2002, ha cominciato a lavorare nel prestigioso laboratorio Xerox PARC a Palo Alto, nella Silicon Valley e poi si e’ messo in proprio con Powerset, sviluppando un modo diverso di interpretare le stringhe di ricerca online.

Fino al 2010 Thione è rimasto in Microsoft, poi è prevalsa la voglia di un’altra avventura imprenditoriale. Dal 2012 vive a New York, dove due anni fa ha fondato The Social Edge, frutto dell’unione fra due sue passioni, quella per la tecnologia e quella per l’arte e in particolare il teatro.

L’idea nata una notte a Broadway
«Nel 2008 ero a New York a vedere uno spettacolo a Broadway con il mio partner – mi racconta Thione nel suo spazioso ufficio a Midtown Manhattan, dove lavorano 35 persone con progetti per raddoppiarne presto il numero – vicino a noi vedo seduto l’attore George Takei, famoso per il suo ruolo in Star Trek, con il suo compagno – continua Thione – Ci presentiamo e, il caso vuole, la sera dopo ci ritroviamo ancora a teatro. Durante una scena, Takei piange e nell’intervallo gli chiedo come mai: mi spiega che gli aveva ricordato la sua esperienza da bambino in uno dei campi in cui i giapponesi-americani erano stati internati dopo Pearl Harbor, durante la Seconda Guerra Mondiale».

Da li’ e’ venuta l’idea di raccontare quel capitolo oscuro della storia Usa in un musical, Allegiance, di cui Thione ha scritto il libretto, mentre l’autore della musica è il suo amico Jay Kuo, ora chief creative officer di The Social Edge. “La storia di Takei l’ho sentita vicina a me come emigrante, una condizione in cui vivi sempre con una quota di precarietà”, spiega.

Allegiance the Musical

Allegiance the Musical

Il musical e la pubblicità sui social
Il musical è andato in scena a Broadway dal 5 ottobre 2015 al 14 febbraio 2016 e la sua versione digitale sarà proiettata in 400 cinema in Usa e Canada il prossimo 13 dicembre, e poi in altri Paesi.

Per pubblicizzare il musical Thione aveva sviluppato una campagna sui social media, la cui esperienza ha ispirato la nascita di The Social Edge. «Con la nostra piattaforma analizziamo in tempo reale i contenuti forniti dai media nostri partner – spiega il fondatore – diamo un voto a ogni articolo in base alla sua viralità e poi raccomandiamo il contenuto ‘giusto’ agli influencer». I media partner sono per esempio Slate, HuffingtonPost e mic.com.

«Loro hanno bisogno di distribuire i propri contenuti per attirare più utenti e pubblicità – continua Thione -. Dall’altra parte gli influencer hanno bisogno di materiale per aumentare il numero dei propri follower».

Come funziona The Social Edge (e come fa soldi)
The Social Edge è pagata dai media a seconda del traffico che porta sui loro siti. «Gli influencer con moltissimi follower, se hanno successo condividendo un contenuto e generando molti clic sui siti dei media, ricevono da noi una percentuale dei nostri guadagni – aggiunge Thione – Sulla nostra piattaforma ce ne sono un centinaio con un numero di follower dai 150 mila ai 12 milioni: guadagnano con noi dai 10 mila ai 100 mila dollari al mese e oltre. Non sono solo celebrity, ma anche curatori di comunità particolari. Abbiamo per esempio un italiano che cura una pagina facebook sui gatti».

Altre piattaforme fanno un business simile a quello di Thione, che però precisa: «Noi siamo gli unici con un algoritmo che trova i contenuti in modo automatico e, soprattutto, gli unici a privilegiare la ‘salute’ dell’audience. Abbiamo cioè controlli di qualità per escludere i cosiddetti click-bait (esca per click), i contenuti con titoli sensazionali o provocatori per attirare l’attenzione, che poi si rivelano privi di interesse e danneggiano l’immagine di chi li cita».

«Il successo passa da saper raccontare bene il tuo business»
Per sviluppare la tecnologia di “machine learning” di The Social Edge è stata importante l’esperienza del motore di ricerca Powerset. «Ma è stato fondamentale anche il lavoro di scrittura del musical – racconta Thione – con Allegiance ho potuto mettere alla prova la passione che ho sempre avuto per la narrativa».

«E ho capito che saper creare un coinvolgimento emotivo con una storia non serve solo a teatro, ma è una qualità indispensabile per ogni imprenditore. Quando parli con la stampa, con gli investitori, con i clienti, con i dipendenti, devi saper raccontare la tua idea di business se vuoi avere successo».

Altra lezione di “Allegiance”, a proposito di successo: «Il musical è stato in scena solo per cinque mesi e quando il sipario è calato credevo fosse stato un fallimento – confessa Thione – poi mi sono reso conto che era già stato incredibile essere arrivati a Broadway, a competere con il top del teatro a livello mondiale. Ora sono orgoglioso del progetto realizzato e felice che arrivi nelle sale cinematografiche dove lo vedrà molta altra gente».

La morale, secondo Thione: «ll successo è frutto di talento e fortuna, ma è anche qualcosa da misurare con una tua scala di valori e obbiettivi, che dipendono da che cosa ti appassiona. Quando lo scopri, devi abbracciarlo con apertura mentale, sapendo cogliere le opportunità senza paura di rischiare»

NB: articolo pubblicato originariamente su StartupItalia!

L’innovazione tecnologica e’ una chiave fondamentale della crescita economica. Il governo italiano sembra esserne sempre più consapevole. Per questo il premier Matteo Renzi punta molto sullo Human Technopole a Milano nello spazio ex EXPO 2015.
Un riconoscimento simbolico viene anche dal premio “L’innovazione che parla italiano” istituito dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), dalla Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese e da PNICube, l’Associazione Italiana degli Incubatori Universitari e delle Business Plan Competition Locali.
Simbolico perché consiste solo in “una medaglia e in un diploma del MAECI” alla startup vincitrice. Requisito: dev’essere una startup tecnologica innovativa fondata da italiani e operativa all’estero.
Per la precisione, la startup deve operare in uno di questi Paesi: Argentina, Australia, Austria, Brasile, Canada, Cina, Rep. di Corea, Danimarca, Egitto, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Israele, Messico, Paesi Bassi, Russia, Serbia, Spagna, USA, Sud Africa, Svezia, Svizzera e Vietnam.
Le candidature devono essere inviate entro il 16 ottobre 2016 a questo indirizzo (per le startup attive negli Usa): scientifici.washington@esteri.it
La premiazione avverrà in occasione della XX giornata degli Addetti Scientifici 2017 alla presenza del Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Paolo Gentiloni, e della Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini.
Per tutti i dettagli del concorso, trovate le informazioni sul sito dell’Ambasciata Italiana a Washington, DC.

Appuntamento importante per tutti gli italiani interessati alle nuove tecnologie – per business o per studio o per passione personale -: martedi’ 28 giugno alle 6pm al Consolato Generale d’Italia, 690 Park Avenue, New York. E’ il settimo appuntamento del ciclo “Meet the New Italians of New York”. Protagonisti di questa edizione sono i professionisti dell’area dell’innovazione e della tecnologia, che avranno la possibilità di raccontare le loro esperienze a New York, di parlare delle difficolta’ che li hanno accolti al loro arrivo, delle sfide che la città ha presentato e di come siano riusciti a inserirsi in uno dei poli high-tech più importanti al mondo.

Io (Maria Teresa Cometto) faro’ la moderatrice del panel, di cui fanno parte il co-autore di “Tech and the City” Alessandro Piol, venture capitalist con la sua società  AlphaPrime; Filippo Lubrano, co-fondatore della startup Eattiamo (ne ho parlato qui); Cecilia Lubatti di Opportunity Network (ne ho parlato qui); Claudio Vaccarella, fondatore e ceo di HyperTV e Lorenzo Thione, ceo di The Social Edge .

Dopo il panel, con le domande del pubblico, si farà networking con scambio di idee e contatti, food & drinks.

<<“Meet the New Italians of New York” e’ un progetto innovativo promosso e sostenuto dal Consolato Generale, nel quadro delle strategie delineate dall’Ambasciata a Washington – spiega il comunicato stampa che annuncia l’evento -, con la finalità di attirare la nuova generazione di italiani, favorire la loro partecipazione alle attività delle Istituzioni del Sistema Italia e l’avvicinamento alle generazioni di italiani gia’ affermate nel sistema newyorkese. Attraverso il ciclo di incontri, il Consolato Generale si presenta ai giovani italiani come punto di riferimento nel loro percorso di integrazione e come luogo di incontro e di scambio di idee. I prossimi eventi in programma saranno dedicati, tra gli altri, all’arte, all’architettura, alla moda, alla ristorazione e allo sport.>>

La città di New York offre due importanti occasioni per le startup italiane interessate a mettere un piede nella Grande Mela: la International Innovators Initiative (IN2NYC) e il Global Business Exchange.

La IN2NYC si rivolge agli imprenditori internazionali che hanno bisogno del visto per lavorare negli Stati uniti: li aiuta ad ottenere un H-1B fuori dalle quote normali. La via e’ associarsi a una delle scuole della università pubblica cittadina, la City University of New York (CUNY). Il programma e’ aperto a chi ha gia’ una startup e vuole trasferirla a New York o espanderla con l’attività anche a New York; e agli studenti che si laureano nelle università americane e vogliono restare negli Usa creando una startup.
Per ottenere il visto H-1B bisogna entrare in una partnership con l’università che ospita la startup, impegnandosi a contribuire alla comunità della scuola in qualche modo, per esempio collaborando alla ricerca accademica.
Bisogna fare domanda qui entro il 29 luglio.

Entro il 15 luglio invece le startup milanesi devono fare domanda al Comune di Milano per partecipare al programma di scambi Global Business Exchange fra New York e Milano. I requisiti sono volersi espandere internazionalmente; offrire un prodotto o servizio valido sia in Italia sia negli Usa; avere un “robusto” business plan per i prossimi 12 mesi. I benefit: fino a sei mesi di ospitalità gratuita per una persona in un co-working space; networking e mentori; biglietti aerei gratuiti (grazie a Delta); accesso a incentivi logistici, fiscali e finanziari.

La New York City Economic Development Corporation (NYCEDC) e’ un’agenzia della città di New York che lavora per promuovere l’economia locale e dai tempi del sindaco Mike Bloomberg e’ focalizzata in particolare nella promozione dell’ecosistema delle startup tecnologiche. Uno dei suoi programmi e’ il Global Business Exchange: una alleanza con altre città nel mondo a favore di imprenditorialità e innovazione.  Lo scambio vuole aiutare le startup a trovare occasioni di sviluppo nei mercati esteri.

Il primo programma e’ stato siglato fra NYC e Parigi ed e’ iniziato lo scorso gennaio, con la partecipazione di una startup newyorkese creata da un italiano, la Authorea di Alberto Pepe. Il secondo programma parte oggi ed e’ fra NYC e Milano: un gruppo di startup milanesi verra’ nella Grande Mela a esplorare il suo sistema, fare networking, cercare partner e opportunità di business; un altro gruppo di startup newyorkesi andrà a Milano con lo stesso obbiettivo. Lo scambio durerà sei mesi, da settembre 2016 a marzo 2017 e consiste in spazio gratuito in un co-working space per un rappresentante di ogni startup; mentori; supporto logistico per una espansione di lungo termine; biglietti aerei gratuiti Delta; accesso a incentivi finanziari e fiscali.

Fate domanda QUI da oggi fino al 15 luglio, e i vincitori sono dichiarati il prossimo agosto.

<<Lo spettacolo più “caldo” a New York, che fa sempre il tutto esaurito? Non è a Broadway, ma in un teatro della New York University, lo Skirball Center a due passi dal Washington Square Park. Lo show va in scena ogni mese davanti a un pubblico di 850 entusiasti fan, che vanno ad ammirare e applaudire degli “attori” molto speciali: gli imprenditori che hanno fondato delle startup tecnologiche nella Grande Mela e che salgono sul palcoscenico a dimostrare qual è la loro idea e come la stanno traducendo in business. La organizza il NY Tech Meetup e ogni volta sono una decina le startup presentate, ciascuna con una “demo” lunga al massimo cinque minuti: parole e video preparate con grande cura, per catturare l’attenzione dei potenziali investitori sempre presenti in sala a caccia di nuove opportunità d’affari; ma anche quella di tutti gli altri spettatori – ingegneri, tecnici, concorrenti, consulenti – interessati a conoscere le realtà emergenti nella comunità tecnologica newyorkese, magari per andarci a lavorare o per ispirarsi al loro modello e creare qualcos’altro di nuovo. Sono due ore intense, piene di energia e anche di emozioni.>>

Cosi’ comincia il libro “Tech and the City” che ho scritto con Alessandro Piol e che e’ uscito tre anni fa. Lo cito, perché recentemente sono tornata a un NYTech Meetup con un “tour” che il New York Foreign Press Center ha organizzato per mostrare la vitalità dell’ecosistema delle startup newyorkesi. E posso confermare che e’ sempre l’appuntamento da non perdere le startup italiane che vengono a New York. Quello di aprile e’ gia’ soldout e i biglietti per il 3 maggio saranno messi in vendita (10 dollari l’uno) il 12 aprile alle ore 13 di NYC .

Quando ho finito di scrivere il libro, a dicembre 2012, il NYTech Meetup aveva 28 mila membri. Ora sono quasi raddoppiati, a oltre 50 mila: e’ la più grande organizzazione di questo genere al mondo. Oltre al grande evento all’NYU Kimmel Center ci sono altri 1.200 meetup ogni mese, organizzati direttamente dai vari membri e specializzati su settori diversi (salute, finanza…) o sul tipo di partecipanti (donne, non americani…) o ancora sull’area geografica (Brooklyn, Astoria…). Vuol dire che ogni sera ce ne sono una cinquantina!

“Nessun’altra città al mondo ha una comunità tecnologica cosi’ forte e la sua caratteristica, che la distingue da qualsiasi altro centro, e’ la empatia condivisa dai suoi membri – spiega con orgoglio il presidente di NY Tech Meetup, Andrew Rasiej -. La comunità tecnologica a New York e’ molto diversa dalla Silicon Valley. Qui tutte le aziende, in tutti i settori, vogliono diventare digitali: Citibank compete con Google per attrarre i migliori ingegneri. Il patrimonio più importante di New York e’ la gente che ci vive e lavora: qui c’e’ la più alta quantità della più alta qualità di risorse umane, con una grande diversità di background e capacita’.”

Andrew Rasiej

Uno dei ruoli che gioca il NYTech Meetup e’ – continua Rasiej – “stimolare la pubblica amministrazione cittadina perché capisca di che cosa ha bisogno la comunità per crescere. Abbiamo ottenuto che il nuovo sindaco, Bill de Blasio, creasse la posizione di un CTO, Chief technology officer dalla città: Minerva Tantoco, una veterana del settore high-tech, che ora guida l’ufficio “della tecnologia e innovazione”. In tema di innovazione, cerchiamo di far capire agli amministratori comunali che cosa sono fenomeni come Uber e Airbnb, in modo che possano recidere eventuali regolamentazioni sulla base di una vera conoscenza dei problemi”. Quando per esempio de Blasio ha attaccato Uber, il NYTech Meetup l’ha avvertito di stare attento, perché sembrava che attaccasse tutta l’innovazione tecnologica. “Gli abbiamo detto che doveva chiarire di non essere contro la tecnologia, perché altrimenti avrebbe rovinato l’immagine di New York come città accogliente per gli imprenditori high-tech – spiega Rasiej -. Va bene che la città detti le regole a Uber e Airbnb, ma devono essere regole eque, decide con un processo trasparente e aperto”.

Il precedente sindaco, Michael Bloomberg, ha dato una grossa spinta alla comunità delle startup newyorkesi. “L’attuale sindaco de Blasio e’ andato oltre, identificando due sfide che Bloomberg non aveva capito – dice Rasiej -. Una e’ risolvere il problema che il 22% delle famiglie a New York non hanno una connessione Internet a banda larga; l’altra e’ fare in modo che il boom tecnologico sviluppi anche la forza lavoro locale”.
Cosi’ de Blasio ha fatto nuovi accordi con le telecom AT&T e Verizon per allargare la rete broadband. Inoltre ha concordato con LinkNYC  l’installazione per strada – al posto delle vecchie cabine telefoniche pubbliche – di nuovi “hubs” che offrono un ottimo collegamento Internet via wi-fi gratuito (da febbraio funzionano i primi sulla Terza Avenue, fra le strade 14th e 45th, cosi’ potenti che anche chi abita negli appartamenti vicini può connettersi a Internet gratis). E per formare giovani con le conoscenze tecnologiche necessarie a lavorare, la città ha avviato corsi di informatica nelle scuole pubbliche.

“La comunità high-tech newyorkese e’ forte e non c’e’ una Bolla – assicura Rasiej -. Forse certe valutazioni delle startup sono molto elevate e saranno ridimensionate. Ma l’effetto non sara’ devastante come fu lo scoppio delle vera Bolla nel 2000”. In ogni caso, aggiungo io, e’ un laboratorio di idee e iniziative preziosissimo che vale la pena esplorare.
Il prossimo programma di VentureOutNY e Italian Business & Investment Initiative per le startup italiane prevede di stare a New York dall’8 al 13 maggio (qui i dettagli per fare domanda  ). Ma potrebbe essere utile anticipare il viaggio di qualche giorno par assistere al NYTech Meetup del 3 maggio.

Buona notizia per chi viene a New York per un breve periodo, in vacanza o per business, magari a cercare partner per la sua startup.  Se sognate un ottimo collegamento Internet via wi-fi GRATUITO, adesso lo trovate per strada. DA FEBBRAIO sulla Terza Avenue, fra le strade 14th e 45th le vecchie cabine pubbliche del telefono sono state sostituite con i nuovi “hubs”, cosi’ potenti che – racconta il NYPost – anche chi abita negli appartamenti vicini può’ connettersi a Internet gratis. Ci sono anche UBS ports per ricaricare i telefonini.

Altre informazioni le trovate qui: LinkNYC.

Un hub di LinkNYC per Wi-Fi gratuito all’angolo fra Terza Avenue e 15th Street a Manhattan.

 

Con 1,5 milioni di dollari in tasca e ambiziosi progetti di allargare il mercato globale della sua startup, Alberto Pepe sta preparando le valigie per andare a Parigi. La sua startup è Authorea, fondata insieme a Nathan Jenkins nel 2013 «per far tornare sexy la scienza», mi dice ridendo, mentre mangiamo la pizza in un locale italiano doc a Williamsburg, il quartiere di Brooklyn dove vive. Seriamente, si tratta di una piattaforma web che sta rivoluzionando il modo di fare ricerca scientifica: permette di scrivere, condividere, discutere online in tempo reale i risultati della ricerca, rendendo più aperto, trasparente e veloce tutto il processo.

Alberto Pepe, a sinistra, e Nathan Jenkins

Il milione e mezzo di dollari è il secondo giro di finanziamenti raccolti, appena chiuso (il primo era stato di 600 mila dollari nel 2014, forniti da un gruppo di New York Angels, con leader Brian Cohen e Alessandro Piol, incontrati da Alberto a un evento di VentureOutNY.  Leader di questo round è stata Lux Capital una società di venture capital che investe soprattutto in startup tecnologiche e scientifiche non convenzionali. Hanno partecipato al finanziamento anche la John S. and James L. Knight Foundation e ancora i New York Angels.

Forte di questo sostegno, Alberto va a Parigi, alla fine di febbraio, perché Authorea è una delle otto startup basate a New York che hanno vinto il concorso NYC-Paris Business Exchange, lanciato dalle due amministrazioni comunali per facilitare la collaborazione e gli scambi fra l’ecosistema innovativo delle due città. Oltre 100 startup newyorkesi avevano fatto domanda.

A Parigi Alberto si fermerà solo per la prima settimana del programma, che dura sei mesi. Poi continueranno a lavorarci alcuni suoi colleghi e collaboratori. «Parigi ci interessa come base per il marketing verso tutta l’Europa – mi spiega Alberto -. Abbiamo già importanti contratti con istituzioni europee come l’EPRFL (École polytechnique fédérale de Lausanne), il Max Plank Institute in Germania e il CERN, dove Nathan e io ci siano incontrati quando io facevo ricerca là (2004-2006). Abbiamo buoni rapporti anche con i Politecnici di Milano e Torino, le Università di Bologna e Padova. C’è un ampio potenziale di sviluppo in Europa e vogliamo sfruttarlo».

Alberto Pepe, 35 anni, co-fondatore di Authorea

Da Manduria a New York, l’ascesa di Alberto
«Del resto l’Europa è nel DNA di Authorea» sottolinea Alberto, nato 35 anni fa in Puglia, a Manduria («dove tutti fanno il vino Primitivo, compresa la mia famiglia»). «Nathan è americano ma vive in Svizzera. Il nostro chief scientific officer, Matteo Cantileno, è un toscano che da nove anni lavora alla University of California a Santa Barbara. E un altro nostro impiegato chiave è bulgaro».

«Finito il liceo nel 1998 avevo deciso di andare a studiare a Londra – racconta Alberto – Non sapevo nulla di Internet, o di come far domanda a un college britannico. Così, quando sono andato a UCL (University College London) nel mese di settembre, pensando che avrei potuto subito iscrivermi e iniziare le mie lezioni, sono sembrato molto naif. Ma è piaciuto il mio spirito e mi hanno accettato, a condizione che avrei trascorso un anno a studiare inglese. A UCL ho ottenuto la mia laurea in Astrofisica (2002) e il mio Master in Computer Science (2003)».

«Poi sono tornato in Italia dove ho lavorato per sei mesi presso il CINECA (Consorzio Interuniversitario, Bologna) con il gruppo di Scientific Computing e Data Visualization. Dal 2004 al 2006 ho lavorato a Ginevra nel dipartimento di Information Technology al CERN (Centro europeo per la ricerca nucleare). Al CERN, ho avuto a che fare molto con gli archivi e ho iniziato a coltivare l’idea di un accesso aperto alla scienza».

Dal 2006 in California, come ricercatore. E dalla ricerca l’idea di una startup
«Nel 2006 mi sono trasferito in California, dove ho ottenuto il mio dottorato di ricerca in Information Studies presso la UCLA (University of California, Los Angeles). La mia tesi di dottorato era intitolata ‘Structure and Evolution of Scientific Collaboration Networks in a Modern Research Collaboratory’. È stato il fondamento scientifico per Authorea».

«Nel giugno 2010, dopo aver terminato il mio dottorato, ho incontrato Alyssa Goodman, professoressa all’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics. Dopo dieci minuti di conversazione mi ha assunto. Così ho fatto la mia ricerca post-dottorato ad Harvard, dove sono rimasto fino alla fine del 2013, quando mi sono dimesso per concentrarmi sulla mia startup».

Come sempre, una startup ha successo quando risolve un problema reale, di solito sentito in prima persona dai fondatori. E così Authorea è nata dall’esperienza di Alberto e Nathan, insoddisfatti dal modo lento, inefficiente e obsoleto con cui i lavori di ricerca sono scritti e diffusi.

«Facciamo una ricerca da 21° secolo, ma scriviamo e diffondiamo i risultati con strumenti del secolo scorso, creati prima dell’invenzione di Internet – spiega Alberto – Ancora peggio, confezioniamo i risultati in un formato da 17° secolo, lo stesso che Galileo ha inventato per comunicare con la sua comunità scientifica e con le autorità ecclesiastiche. Tuttavia, Galileo nei suoi articoli scientifici comprendeva tutti i dati delle sue osservazioni. Questo è impossibile oggi, perché la mole dei dati è diventata enorme, quindi si pubblica solo una versione molto superficiale dei dati usati, dando un collegamento a un server in cui è disponibile tutto il materiale. Ma tutto il processo è molto statico».

La sede di Authorea a New York

Cosa fa Authorea, e come è riuscita a convincere 85mila scienziati
Authorea invece è una piattaforma che permette agli scienziati di creare un articolo come un progetto dinamico, in cui tutti i risultati sono trasparenti e comprendono non solo il testo ma anche immagini, dati e analisi. L’università di Harvard è stata fra le primissime istituzioni ad aderire alla piattaforma, che ora ha 85 mila utenti nei campi scientifici più diversi, dalla fisica alla gnomica, dalle scienze ambientali alla biologia computazionale. La usano anche alcuni professori universitari per far svolgere i “compiti” ai loro studenti.

Alberto ha scelto New York come base della sua startup, perché ci era arrivato nel 2013 con Visiting Researcher in Astrofisica e Cosmologia presso la NYU (New York University). «Mi sono innamorato subito della città», dice. La prima sede era a Williamsburg, ma adesso occupa uno spazio dentro ThinkRise, a due passi da Eataly a Manhattan. «È uno spazio molto bello, diverso dai soliti co-working spaces – dice Alberto – Una volta al mese ci ospitiamo un evento del New York Open Science Meetup, un gruppo che abbiamo fondato per discutere di scienza anche con i non specialisti: invitiamo un ricercatore a parlare del suo lavoro in modo divulgativo, secondo la nostra filosofia open».

Intanto Authorea continua a crescere: sta assumendo nuovi collaboratori. «Arriveremo a una decina entro marzo – dice Alberto – I candidati ideali vengono dai nostri stessi utenti, che conoscono come funziona la piattaforma. Cerchiamo anche qualche stagista per Parigi». Se siete appassionati di scienza, fatevi sotto!

(storia pubblicata su StartupItalia! )