La New York City Economic Development Corporation (NYCEDC) e’ un’agenzia della città di New York che lavora per promuovere l’economia locale e dai tempi del sindaco Mike Bloomberg e’ focalizzata in particolare nella promozione dell’ecosistema delle startup tecnologiche. Uno dei suoi programmi e’ il Global Business Exchange: una alleanza con altre città nel mondo a favore di imprenditorialità e innovazione.  Lo scambio vuole aiutare le startup a trovare occasioni di sviluppo nei mercati esteri.

Il primo programma e’ stato siglato fra NYC e Parigi ed e’ iniziato lo scorso gennaio, con la partecipazione di una startup newyorkese creata da un italiano, la Authorea di Alberto Pepe. Il secondo programma parte oggi ed e’ fra NYC e Milano: un gruppo di startup milanesi verra’ nella Grande Mela a esplorare il suo sistema, fare networking, cercare partner e opportunità di business; un altro gruppo di startup newyorkesi andrà a Milano con lo stesso obbiettivo. Lo scambio durerà sei mesi, da settembre 2016 a marzo 2017 e consiste in spazio gratuito in un co-working space per un rappresentante di ogni startup; mentori; supporto logistico per una espansione di lungo termine; biglietti aerei gratuiti Delta; accesso a incentivi finanziari e fiscali.

Fate domanda QUI da oggi fino al 15 luglio, e i vincitori sono dichiarati il prossimo agosto.

<<Lo spettacolo più “caldo” a New York, che fa sempre il tutto esaurito? Non è a Broadway, ma in un teatro della New York University, lo Skirball Center a due passi dal Washington Square Park. Lo show va in scena ogni mese davanti a un pubblico di 850 entusiasti fan, che vanno ad ammirare e applaudire degli “attori” molto speciali: gli imprenditori che hanno fondato delle startup tecnologiche nella Grande Mela e che salgono sul palcoscenico a dimostrare qual è la loro idea e come la stanno traducendo in business. La organizza il NY Tech Meetup e ogni volta sono una decina le startup presentate, ciascuna con una “demo” lunga al massimo cinque minuti: parole e video preparate con grande cura, per catturare l’attenzione dei potenziali investitori sempre presenti in sala a caccia di nuove opportunità d’affari; ma anche quella di tutti gli altri spettatori – ingegneri, tecnici, concorrenti, consulenti – interessati a conoscere le realtà emergenti nella comunità tecnologica newyorkese, magari per andarci a lavorare o per ispirarsi al loro modello e creare qualcos’altro di nuovo. Sono due ore intense, piene di energia e anche di emozioni.>>

Cosi’ comincia il libro “Tech and the City” che ho scritto con Alessandro Piol e che e’ uscito tre anni fa. Lo cito, perché recentemente sono tornata a un NYTech Meetup con un “tour” che il New York Foreign Press Center ha organizzato per mostrare la vitalità dell’ecosistema delle startup newyorkesi. E posso confermare che e’ sempre l’appuntamento da non perdere le startup italiane che vengono a New York. Quello di aprile e’ gia’ soldout e i biglietti per il 3 maggio saranno messi in vendita (10 dollari l’uno) il 12 aprile alle ore 13 di NYC .

Quando ho finito di scrivere il libro, a dicembre 2012, il NYTech Meetup aveva 28 mila membri. Ora sono quasi raddoppiati, a oltre 50 mila: e’ la più grande organizzazione di questo genere al mondo. Oltre al grande evento all’NYU Kimmel Center ci sono altri 1.200 meetup ogni mese, organizzati direttamente dai vari membri e specializzati su settori diversi (salute, finanza…) o sul tipo di partecipanti (donne, non americani…) o ancora sull’area geografica (Brooklyn, Astoria…). Vuol dire che ogni sera ce ne sono una cinquantina!

“Nessun’altra città al mondo ha una comunità tecnologica cosi’ forte e la sua caratteristica, che la distingue da qualsiasi altro centro, e’ la empatia condivisa dai suoi membri – spiega con orgoglio il presidente di NY Tech Meetup, Andrew Rasiej -. La comunità tecnologica a New York e’ molto diversa dalla Silicon Valley. Qui tutte le aziende, in tutti i settori, vogliono diventare digitali: Citibank compete con Google per attrarre i migliori ingegneri. Il patrimonio più importante di New York e’ la gente che ci vive e lavora: qui c’e’ la più alta quantità della più alta qualità di risorse umane, con una grande diversità di background e capacita’.”

Andrew Rasiej

Uno dei ruoli che gioca il NYTech Meetup e’ – continua Rasiej – “stimolare la pubblica amministrazione cittadina perché capisca di che cosa ha bisogno la comunità per crescere. Abbiamo ottenuto che il nuovo sindaco, Bill de Blasio, creasse la posizione di un CTO, Chief technology officer dalla città: Minerva Tantoco, una veterana del settore high-tech, che ora guida l’ufficio “della tecnologia e innovazione”. In tema di innovazione, cerchiamo di far capire agli amministratori comunali che cosa sono fenomeni come Uber e Airbnb, in modo che possano recidere eventuali regolamentazioni sulla base di una vera conoscenza dei problemi”. Quando per esempio de Blasio ha attaccato Uber, il NYTech Meetup l’ha avvertito di stare attento, perché sembrava che attaccasse tutta l’innovazione tecnologica. “Gli abbiamo detto che doveva chiarire di non essere contro la tecnologia, perché altrimenti avrebbe rovinato l’immagine di New York come città accogliente per gli imprenditori high-tech – spiega Rasiej -. Va bene che la città detti le regole a Uber e Airbnb, ma devono essere regole eque, decide con un processo trasparente e aperto”.

Il precedente sindaco, Michael Bloomberg, ha dato una grossa spinta alla comunità delle startup newyorkesi. “L’attuale sindaco de Blasio e’ andato oltre, identificando due sfide che Bloomberg non aveva capito – dice Rasiej -. Una e’ risolvere il problema che il 22% delle famiglie a New York non hanno una connessione Internet a banda larga; l’altra e’ fare in modo che il boom tecnologico sviluppi anche la forza lavoro locale”.
Cosi’ de Blasio ha fatto nuovi accordi con le telecom AT&T e Verizon per allargare la rete broadband. Inoltre ha concordato con LinkNYC  l’installazione per strada – al posto delle vecchie cabine telefoniche pubbliche – di nuovi “hubs” che offrono un ottimo collegamento Internet via wi-fi gratuito (da febbraio funzionano i primi sulla Terza Avenue, fra le strade 14th e 45th, cosi’ potenti che anche chi abita negli appartamenti vicini può connettersi a Internet gratis). E per formare giovani con le conoscenze tecnologiche necessarie a lavorare, la città ha avviato corsi di informatica nelle scuole pubbliche.

“La comunità high-tech newyorkese e’ forte e non c’e’ una Bolla – assicura Rasiej -. Forse certe valutazioni delle startup sono molto elevate e saranno ridimensionate. Ma l’effetto non sara’ devastante come fu lo scoppio delle vera Bolla nel 2000”. In ogni caso, aggiungo io, e’ un laboratorio di idee e iniziative preziosissimo che vale la pena esplorare.
Il prossimo programma di VentureOutNY e Italian Business & Investment Initiative per le startup italiane prevede di stare a New York dall’8 al 13 maggio (qui i dettagli per fare domanda  ). Ma potrebbe essere utile anticipare il viaggio di qualche giorno par assistere al NYTech Meetup del 3 maggio.

Buona notizia per chi viene a New York per un breve periodo, in vacanza o per business, magari a cercare partner per la sua startup.  Se sognate un ottimo collegamento Internet via wi-fi GRATUITO, adesso lo trovate per strada. DA FEBBRAIO sulla Terza Avenue, fra le strade 14th e 45th le vecchie cabine pubbliche del telefono sono state sostituite con i nuovi “hubs”, cosi’ potenti che – racconta il NYPost – anche chi abita negli appartamenti vicini può’ connettersi a Internet gratis. Ci sono anche UBS ports per ricaricare i telefonini.

Altre informazioni le trovate qui: LinkNYC.

Un hub di LinkNYC per Wi-Fi gratuito all’angolo fra Terza Avenue e 15th Street a Manhattan.

 

Con 1,5 milioni di dollari in tasca e ambiziosi progetti di allargare il mercato globale della sua startup, Alberto Pepe sta preparando le valigie per andare a Parigi. La sua startup è Authorea, fondata insieme a Nathan Jenkins nel 2013 «per far tornare sexy la scienza», mi dice ridendo, mentre mangiamo la pizza in un locale italiano doc a Williamsburg, il quartiere di Brooklyn dove vive. Seriamente, si tratta di una piattaforma web che sta rivoluzionando il modo di fare ricerca scientifica: permette di scrivere, condividere, discutere online in tempo reale i risultati della ricerca, rendendo più aperto, trasparente e veloce tutto il processo.

Alberto Pepe, a sinistra, e Nathan Jenkins

Il milione e mezzo di dollari è il secondo giro di finanziamenti raccolti, appena chiuso (il primo era stato di 600 mila dollari nel 2014, forniti da un gruppo di New York Angels, con leader Brian Cohen e Alessandro Piol, incontrati da Alberto a un evento di VentureOutNY.  Leader di questo round è stata Lux Capital una società di venture capital che investe soprattutto in startup tecnologiche e scientifiche non convenzionali. Hanno partecipato al finanziamento anche la John S. and James L. Knight Foundation e ancora i New York Angels.

Forte di questo sostegno, Alberto va a Parigi, alla fine di febbraio, perché Authorea è una delle otto startup basate a New York che hanno vinto il concorso NYC-Paris Business Exchange, lanciato dalle due amministrazioni comunali per facilitare la collaborazione e gli scambi fra l’ecosistema innovativo delle due città. Oltre 100 startup newyorkesi avevano fatto domanda.

A Parigi Alberto si fermerà solo per la prima settimana del programma, che dura sei mesi. Poi continueranno a lavorarci alcuni suoi colleghi e collaboratori. «Parigi ci interessa come base per il marketing verso tutta l’Europa – mi spiega Alberto -. Abbiamo già importanti contratti con istituzioni europee come l’EPRFL (École polytechnique fédérale de Lausanne), il Max Plank Institute in Germania e il CERN, dove Nathan e io ci siano incontrati quando io facevo ricerca là (2004-2006). Abbiamo buoni rapporti anche con i Politecnici di Milano e Torino, le Università di Bologna e Padova. C’è un ampio potenziale di sviluppo in Europa e vogliamo sfruttarlo».

Alberto Pepe, 35 anni, co-fondatore di Authorea

Da Manduria a New York, l’ascesa di Alberto
«Del resto l’Europa è nel DNA di Authorea» sottolinea Alberto, nato 35 anni fa in Puglia, a Manduria («dove tutti fanno il vino Primitivo, compresa la mia famiglia»). «Nathan è americano ma vive in Svizzera. Il nostro chief scientific officer, Matteo Cantileno, è un toscano che da nove anni lavora alla University of California a Santa Barbara. E un altro nostro impiegato chiave è bulgaro».

«Finito il liceo nel 1998 avevo deciso di andare a studiare a Londra – racconta Alberto – Non sapevo nulla di Internet, o di come far domanda a un college britannico. Così, quando sono andato a UCL (University College London) nel mese di settembre, pensando che avrei potuto subito iscrivermi e iniziare le mie lezioni, sono sembrato molto naif. Ma è piaciuto il mio spirito e mi hanno accettato, a condizione che avrei trascorso un anno a studiare inglese. A UCL ho ottenuto la mia laurea in Astrofisica (2002) e il mio Master in Computer Science (2003)».

«Poi sono tornato in Italia dove ho lavorato per sei mesi presso il CINECA (Consorzio Interuniversitario, Bologna) con il gruppo di Scientific Computing e Data Visualization. Dal 2004 al 2006 ho lavorato a Ginevra nel dipartimento di Information Technology al CERN (Centro europeo per la ricerca nucleare). Al CERN, ho avuto a che fare molto con gli archivi e ho iniziato a coltivare l’idea di un accesso aperto alla scienza».

Dal 2006 in California, come ricercatore. E dalla ricerca l’idea di una startup
«Nel 2006 mi sono trasferito in California, dove ho ottenuto il mio dottorato di ricerca in Information Studies presso la UCLA (University of California, Los Angeles). La mia tesi di dottorato era intitolata ‘Structure and Evolution of Scientific Collaboration Networks in a Modern Research Collaboratory’. È stato il fondamento scientifico per Authorea».

«Nel giugno 2010, dopo aver terminato il mio dottorato, ho incontrato Alyssa Goodman, professoressa all’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics. Dopo dieci minuti di conversazione mi ha assunto. Così ho fatto la mia ricerca post-dottorato ad Harvard, dove sono rimasto fino alla fine del 2013, quando mi sono dimesso per concentrarmi sulla mia startup».

Come sempre, una startup ha successo quando risolve un problema reale, di solito sentito in prima persona dai fondatori. E così Authorea è nata dall’esperienza di Alberto e Nathan, insoddisfatti dal modo lento, inefficiente e obsoleto con cui i lavori di ricerca sono scritti e diffusi.

«Facciamo una ricerca da 21° secolo, ma scriviamo e diffondiamo i risultati con strumenti del secolo scorso, creati prima dell’invenzione di Internet – spiega Alberto – Ancora peggio, confezioniamo i risultati in un formato da 17° secolo, lo stesso che Galileo ha inventato per comunicare con la sua comunità scientifica e con le autorità ecclesiastiche. Tuttavia, Galileo nei suoi articoli scientifici comprendeva tutti i dati delle sue osservazioni. Questo è impossibile oggi, perché la mole dei dati è diventata enorme, quindi si pubblica solo una versione molto superficiale dei dati usati, dando un collegamento a un server in cui è disponibile tutto il materiale. Ma tutto il processo è molto statico».

La sede di Authorea a New York

Cosa fa Authorea, e come è riuscita a convincere 85mila scienziati
Authorea invece è una piattaforma che permette agli scienziati di creare un articolo come un progetto dinamico, in cui tutti i risultati sono trasparenti e comprendono non solo il testo ma anche immagini, dati e analisi. L’università di Harvard è stata fra le primissime istituzioni ad aderire alla piattaforma, che ora ha 85 mila utenti nei campi scientifici più diversi, dalla fisica alla gnomica, dalle scienze ambientali alla biologia computazionale. La usano anche alcuni professori universitari per far svolgere i “compiti” ai loro studenti.

Alberto ha scelto New York come base della sua startup, perché ci era arrivato nel 2013 con Visiting Researcher in Astrofisica e Cosmologia presso la NYU (New York University). «Mi sono innamorato subito della città», dice. La prima sede era a Williamsburg, ma adesso occupa uno spazio dentro ThinkRise, a due passi da Eataly a Manhattan. «È uno spazio molto bello, diverso dai soliti co-working spaces – dice Alberto – Una volta al mese ci ospitiamo un evento del New York Open Science Meetup, un gruppo che abbiamo fondato per discutere di scienza anche con i non specialisti: invitiamo un ricercatore a parlare del suo lavoro in modo divulgativo, secondo la nostra filosofia open».

Intanto Authorea continua a crescere: sta assumendo nuovi collaboratori. «Arriveremo a una decina entro marzo – dice Alberto – I candidati ideali vengono dai nostri stessi utenti, che conoscono come funziona la piattaforma. Cerchiamo anche qualche stagista per Parigi». Se siete appassionati di scienza, fatevi sotto!

(storia pubblicata su StartupItalia! )

Grande novità e opportunità per imprenditori di tutto il mondo: l’agenzia che si occupa di promuovere l’economia newyorkese, NYCEDC, sta lanciando un programma per attirare imprenditori innovativi da tutto il mondo. Si chiama IN2NYC (International Innovators Initiative) e offre 80 visti H-1B a chi decide di installarsi in uno dei campus della CUNY, The City University of new York. Questo articolo del New York Times spiega la politica che c’e’ dietro. E sul sito della NYCEDC saranno pubblicati i termini dell’offerta e come fare domanda. Fra l’altro alla NYCEDC lavora un italiano, Gianluca Galletto, come Director of International Affairs: ne ho parlato qui.

 

Da New York a Los Angeles, passando per Boston e Kansas City, le startup italiane cercano – e a volte trovano – l’America in tutti gli angoli degli States, impegnandosi nei business più diversi. Ecco qualche storia con un bilancio degli errori e delle lezioni imparate nel 2015, con i “buoni propositi” per il 2016.

New York attrae un numero crescente di imprenditori dall’Europa, per la vicinanza fisica e culturale, oltre che per l’ampia disponibilità di capitali “di rischio” e di pubblico disposto a sperimentare nuovi prodotti. Fra gli altri si sono stabiliti qui Silvia Bosio e Paolo Bonaccorsi, fondatori di W-Lamp, azienda specializzata nel “decontestualizzare la carta dai suoi tradizionali ambiti d’impiego, ampliandone lo spettro d’applicazione e coniugandola con tecnologie innovative” (così si legge sul suo sito ) e Matteo Rignanese con la sua 2NYC, società di “eMotion learning”.

Silvia Bosio e Paolo Bonaccorsi

Silvia Bosio e Paolo Bonaccorsi di W-Lamp

Nel 2015 W-Lamp ha visto crescere del 50% le sue vendite, raggiunto una sessantina di clienti negli Stati Uniti (da wholesaler a catene di negozi e siti di vendite online), attivato collaborazioni con marketplace come Dawanda.com, Wayfair.co.uk e Maketank.it, e ha aperto una esposizione permanente dei suoi prodotti nella torrefazione Brooklyn Roasting Company, che ospita mostre d’arte e di design. «Un’altra importante novità – raccontano Silvia e Paolo – è stato l’accordo con DYNOMIGHTY per l’apertura di un booth a Hong Kong per incontrare i buyer della grande distribuzione americana». Decisioni sbagliate? «Errori di valutazione nella scelta dei partner in USA e in Italia, rivelatisi inaffidabili o incapaci di sviluppare il business – dicono i due fondatori -. Errori commessi per inesperienza e ingenuità. Abbiamo azzerato la situazione e siamo ripartiti».

Il nuovo progetto per il 2016 è W-Lab: «la realizzazione di un ecosistema di oggetti intelligenti e dai comportamenti personalizzabili, in grado di parlare tra di loro e con il mondo – spiegano Silvia e Paolo -. Vogliamo creare oggetti di design ad alto contenuto tecnologico di qualsiasi genere, dalle lampade ai mobili, passando attraverso i gadget, come robot e aeroplani, utilizzando la carta e il cartone in tutte le loro forme. In altre parole, creare in carta quello che non ci si aspetterebbe fatto in carta, con il supporto delle più moderne tecnologie digitali. Per esempio una lampada che reagisce a specifici hashtag, impostati dall’utilizzatore, variando colori o emettendo dei suoni». Un prodotto di questo genere, già in fase di brevetto, è il “W-Board”, uno skatebord/longboard in cartone, con tavole intercambiabili e “intelligenti”, dotate di sensori (giroscopio, barometro, accelerometro, altimetro, etc.) per rilevare e trasmettere in cloud dati metrici e spaziali da condividere nell’ecosistema W-Lab.

Matteo Rignanese 2NYC

Matteo Rignanese di 2NYC

Per 2NYC il 2016 sarà invece l’anno del vero debutto (qui il video trailer). «Usciremo allo scoperto dopo una fase di incubazione nella quale abbiamo lavorato soprattutto con il passaparola – dice Rignanese – Vogliamo diventare un punto di riferimento per chiunque voglia andare dritto al cuore della Grande Mela, qualunque sia il motivo della permanenza a New York, una vacanza o lo sviluppo di un business. Con i nostri tutor, newyorkesi doc che portano i nostri clienti a contatto con la NYC più vera, acceleriamo il processo di conoscenza della città, intesa come persone, dinamiche e luoghi».

Nel 2015 l’offerta di 2NYC si è ampliata oltre i corsi di inglese per soddisfare la richiesta, da parte sia di privati sia di aziende, di altri servizi come la consulenza immobiliare, la comunicazione e il marketing, il networking. Il rischio maggiore corso finora, confessa Rignanese, è stato distrarsi dal core business: «Qui a New York c’è un infinito mondo di possibilità. In alcuni momenti abbiamo dovuto sottrarre tempo ed energie allo sviluppo del progetto iniziale riversandole ad esempio sulle attività immobiliari, che sono spesso parte del nostro servizio e fonte di risorse per noi, ma presentano differenti problemi. Per non rallentare lo sviluppo di 2NYC ora abbiamo deciso di focalizzarci meglio». Il prossimo passo nel 2016 sarà conquistare nuovi clienti non italiani, a partire dal Brasile dove Rignanese è in contatto con un partner interessato a collaborare.

Davide Rossi di FitBark

Anche Davide Rossi aveva iniziato a New York la sua avventura americana, ma poi ha deciso di trasferire la sua FitBark a Kansas City, “la Silicon Valley del business della salute e del cibo per animali”, come ha spiegato a StartupItalia! qui. Nel 2015 la startup che produce un collare per cani con una app per monitorare la loro attività fisica e il loro benessere è cresciuta in modo sensibile: ha lanciato nuove app iOS e Android per i consumatori, il Web Dashboard per i professionisti, aperto API e un Data Exploration Tool. Ha iniziato a vendere il collare su Best Buy, Target e Amazon negli USA, Best Buy, Staples e iStore in Canada, e su Amazon in Gran Bretagna, ottenendo recensioni con 4.1 – 4.4 stelle su 5.

«Numerosi ricercatori e scuole di veterinaria in America e Gran Bretagna stanno usando il nostro prodotto per sperimentare nuovi medicinali e trattamenti per cani – racconta Rossi -. Nella nostra banca dati sono rappresentate oltre 160 razze in 55 Paesi e grazie a questo la comunità dei veterinari ha un grande interesse nelle informazioni che abbiamo raccolto: d’accordo con alcune prestigiose scuole pubblicheremo delle analisi sui giornali di veterinaria». L’errore più grave commesso da FitBark nel 2015 ha riguardato il customer service: “Avevamo un sistema via email con la nostra risposta entro 23 ore (la media del settore) – ricorda Rossi -. Gli utenti non avevano pazienza e pubblicavano commenti negativi prima ancora che avessimo risposto. Adesso siamo passati a un sistema di chat dove la prima risposta avviene anel giro di pochi minuti, un modo per rassicurare gli utenti che li stiamo ascoltando e siamo pronti ad aiutarli a risolvere gli inconvenienti”. Il focus nel 2016 sarà far crescere il marchio, in mezzo a una concorrenza accanita, ed espandersi internazionalmente oltre i tre Paesi dove per ora si può comprare il collare (USA, Canada e UK).

Livio Valenti Vaxess BIS

Livio Valenti di Vaxess

A Boston, culla delle Life Sciences, si è stabilito invece Livio Valenti, che insieme allo scienziato Fiorenzo Omenetto della Tufts University ha fondato Vaxess, la startup che promette di salvare migliaia di vite umane migliorando il modo in cui i vaccini sono somministrati nel Terzo mondo. La sua rivoluzionaria tecnologia consiste nell’uso di una proteina della seta, aggiunta ai vaccini esistenti, per mantenerli efficaci anche se non possono essere tenuti al freddo. «Inizialmente ci siamo focalizzati sul problema della stabilizzazione di vaccini, così da renderli resistenti alle alte temperature durante il trasporto in Paesi in via di sviluppo, dove la catena del freddo risulta una della barriere più sostanziali alle campagne di immunizzazione – racconta Valenti -. Un importante traguardo nel 2015 è stato aver raggiunto una formulazione per il vaccino della Polio e Rotavirus stabile per mesi a 45 gradi, un risultato mai visto in questa misura, con fondi federali e in collaborazione con il CDC (Centers for Disease Control, agenzia governativa USA). Ora stiamo avanzando gli studi su Polio e Rotavirus per ottenere l’approvazione di questi prodotti e chiudere un finanziamento con una fondazione che si occupa di salute pubblica e vaccinazioni».

Per il 2016 il programma di Vaxess è espandere le attività in altri campi correlati alla sua missione originaria. “Stiamo sviluppando un nuovo sistema di micro-aghi come sistema di amministrazione di vaccini, senza siringhe e senza refrigerazione – annuncia Valenti -. Abbiamo imparato che è sbagliato cercare di espandere il business su troppi fronti, utilizzando risorse in modo non focalizzato. Dopo un’attenta analisi abbiamo deciso di concentrarci solo sullo sviluppo della tecnologia dei micro-aghi restringendo le potenziali applicazioni da quattro a una”. Quest’anno Vaxess è “molto vicina ad avere un cash flow positivo – dice Valenti – grazie anche a quattro partnership con aziende farmaceutiche leader nel settore dei vaccini e medicinali biologici”.

elena favilli con francesca cavallo

Francesca Cavallo (a sinistra) con Elena Favilli di Timbuktu

In California non è più solo la Silicon Valley la meta preferita delle startup italiane – e di tutto il mondo -. Elena Favilli e Francesca Cavallo avevano fondato Timbuktu Magazine a San Francisco, ma – anche a causa degli esorbitanti prezzi immobiliari raggiunti in quella città – l’anno scorso si sono spostate a Los Angeles e ora lavorano a due passi dalle spiagge di Santa Monica. Nel frattempo Timbuktu è cresciuta e ha raggiunto il breakeven, passando da rivista per bambini su iPad a creatore di contenuti multimediali anche per conto terzi, per esempio per l’editore italiano DeAgostini. “Ora siamo felicissime di collaborare al disegno di tre innovativi campi-gioco per bambini delle comunità più svantaggiate della Bay Area, insieme a zynga.org e YMCA (organizzazione mondiale benefica) – dice Favilli -.

È un progetto finanziato dalla Fondazione della NFL (National Football League) e dal 50 Fund (fondo del comitato per il Super Bowling a San Francisco) e sarà realizzato entro il 7 febbraio 2016, quando si giocherà il Super Bowl (la finale del campionato di calcio americano)”. Timbuktu aveva presentato una prima versione di questi campi-gioco nel 2014 alla Biennale di Architettura di Bordeaux, vincendo la First Special Mention. “Da allora – racconta Favilli – abbiamo sviluppato una visione molto più grande, basata sulla convinzione che qualsiasi comunità nel mondo, non importa quanto povera, può coinvolgere i bambini nella pianificazione urbanistica e nella creazione dei loro spazi per giocare. Per questo nel 2016 vogliamo collegare Timbuktu Colors a un open source toolkit utilizzabile da chiunque per il co-design e la costruzione di spazi urbani dedicati al gioco che siano low cost e di alta qualità” (per saperne di più: http://timbuktu.me/blog/timbuktu-superbowl/ ). “L’errore più grande commesso finora – spiega Favilli – è stato pensare che l’App Store potesse essere sufficiente come canale di distribuzione e monetizzazione. Stiamo rimediando, costruendo il nostro canale di distribuzione direttamente sul web. Viva il web!”.

Augusto Marietti di Mashape

A San Francisco invece è rimasto Augusto Marietti con la sua Mashape. Ci era andato lasciando polemicamente l’Italia con una lettera ai ragazzi come lui, diventata subito virale: “Lasciate l’Italia se l’amate veramente, vincete tutto e poi un giorno forse potrete tornare da grandi e avrete il potere di cambiarla, voi”. In California Marietti ha trovato soci del calibro di Jeff Bezos (il fondatore di Amazon), Eric Schmidt (il presidente di Google) e la Stanford University, facendo diventare Mashape il più grande mercato online per gli sviluppatori di software in cerca di Api (application programming interface): lo usano 205 mila sviluppatori, ci lavorano 25 persone e da un paio di mesi i conti della società sono in attivo. Un errore commesso, ragiona Marietti, è stato aver assunto gente troppo presto. “Ma ho rimediato, licenziando presto”. Ora sta sviluppando un nuovo prodotto, Kong (getkong.org). Il segreto per aver successo? “Determinazione e perseveranza – spiega Marietti -. E poi ci vogliono molto coraggio e la faccia di bronzo: imbucarsi a casa d’altri per conoscere gente e trovare contatti”. Il peggior nemico degli italiani in America? “La timidezza e non saper parlare un inglese migliore di quello scolastico – risponde Marietti -. Così si chiudono fra di loro e non fanno networking, indispensabile per trovare possibili partner e nuovi business”. Restare focalizzati, attenti a trovare i partner giusti e soddisfare i clienti, mai stancarsi di fare networking: sono alcune delle lezioni imparate dalle startup italiane negli USA, utili anche a chi resta nel BelPaese.

(articolo da StartupItalia)

Vale la pena spendere qualche migliaio di euro per una full immersion nella comunità newyorkese delle startup? Pare di sì, a sentire il feedback di due delle tre startup italiane che hanno partecipato all’ultimo programma di VentureOut, l’organizzazione fondata da Brian Frumberg, che ogni mese porta nella Grande Mela startup da tutto il mondo. Quelle dall’Italia vengono selezionate dall’Italian business & investment initiative di Fernando Napolitano. Questa volta erano appunto solo tre. Come mai? Stanchezza della formula? Pochi soldi da investire in un viaggio oltreoceano? Scarso interesse per un’espansione fuori dall’Europa?

Forse un insieme di tutto questo. Però i fondatori di Haamble e Foodiestrip che hanno passato una settimana a contatto con altri fondatori di startup, investitori e consulenti qui a New York dicono che ne è valsa la pena. Anche perché entrambe le società sono gia’ a uno stadio abbastanza avanzato del loro business e pensano ad aprire sedi nella Big Apple.

«Mi sono piaciuti moltissimo il fermento e l’accelerazione che si respirano nel mondo social e digital a New York, in confronto all’Europa – mi ha detto Massimo Ciaglia, il fondatore di Haamble. Sono tornato in Italia con un bagaglio ricco di nuove esperienze e già pronto per organizzare un secondo viaggio di follow-up. Spero di trovare presto un VC o Angel americano che voglia investire in Haamble e aprire al più presto una sede a New York».

«Dal viaggio negli States ci aspettavamo nuove conoscenze/network e la scoperta di strumenti tecnico/finanziari per raggiungere i nostri obiettivi – hanno detto i fondatori di Foodiestrip, Fabrizio Dorem, Roberto Massi e Alessio Poliandri. Abbiamo apprezzato soprattutto la semplicità con cui a New York si trovano consulenti e professionisti che comprendono perfettamente il business del web e delle app. Ci ha deluso invece il modo in cui VentureOut ha organizzato i pitch la sera dello showcase, quando ci siamo incontrati con potenziali investitori e con il pubblico nello spazio WeWork: non abbiamo avuto tempo per prepararci e nei pochi minuti disponibili e’ stato difficile spiegarsi».

HAAMBLE

Haamble è un network che mette insieme Foursquare, Tinder e anche un po’ di Groupon. Ma Ciaglia giura che il suo approccio è del tutto innovativo. «Foursquare non ha la correlazione con le persone, mentre Tinder non ha i luoghi – dice il fondatore -. Haamble e’ una app unica al mondo, coperta da un brevetto, che consente di interagire con chiunque in ogni luogo. Ma estende anche le funzionalità di Groupon, perché con la piattaforma di proximity marketing che forniamo ai commercianti consentiamo loro di inviare notifiche push con micro-campagne geolocalizzate».

Abbiamo apprezzato soprattutto la semplicità con cui a New York si trovano consulenti e professionisti che comprendono perfettamente il business del web e delle app.
Ciaglia ha già trovato in Italia alcuni sponsor e investitori: Microsoft ha incubato la startup in Bizspark, fornendo per tre anni tutta l’infrastruttura e le licenze senza costi; Atlantis è entrata nel capitale con 300 mila euro e Fira ha investito ulteriori 700 mila euro.

Il fondatore ha lo spirito di un ragazzino, entusiasta per la nuova avventura, ma è un veterano delle startup. Laureato in Scienze dell’Informazione all’università “La Sapienza” di Roma, Ciaglia ha 42 anni, è sposato e papà di due figli di cinque anni e un anno, è il Digital Champion del comune di Mentana dove vive e nel suo curriculum ha anche una società quotata al Nasdaq. «Nel 1997 avevo creato Euronet consulting, acquisita poi in concambio azionario dalla Vertex interactive, con cui da azionista sono stato al Nasdaq per due anni fino al 2002 – racconta Ciaglia -. Ho anche costituito B-tech-net nel campo dell’IT security, cedendola nel 2009. Poi ho fondato Wisegroup Europe e l’ho venduta nel dicembre 2014».

Per fondare Haamble Ciaglia ha usufruito della legge italiana a favore delle startup: «Grazie al brevetto registrato siamo stati subito considerati impresa innovativa, con agevolazioni fiscali per i nostri investitori e notevoli risparmi per il costo del personale», spiega Ciaglia. Al momento impiega dieci persone, ha raggiunto 62 mila downloads dopo un mese e mezzo dal lancio su Apple Store e Google Play e il prossimo passo e’ aprire in Gran Bretagna.

Massimo Ciaglia

Massimo Ciaglia di Haamble

FOODIES

Foodiestrip è un nuovo servizio di recensioni di ristoranti per risolvere un problema che affligge molti social network come tripadvisor.com e yelp.com: i commenti fasulli, di gente che non ha mai sperimentato il posto di cui scrive. «Ovunque si possono rilasciare recensioni, giudizi e molte altre attività di valutazione senza alcuna certezza sull’identità dell’utente – spiegano i fondatori di Foodiestrip.com. Con noi gli utenti ricevono l’autenticazione e il check-in nel ristorante tramite APP, e solo dopo questo possono recensire il posto. Offriamo uno strumento unico al mondo che può rafforzare il concetto di autorevolezza per tutti quei social network che parlano di cibo online».

Doremi, Poliandri e Massi sono tre amici di San Benedetto del Tronto appassionati di informatica – i primi due hanno 38 anni, il terzo ne ha 31, tutti sposati e con figli – e già lavoravano insieme in Wiloca, un’agenzia web che Doremi e Poliandri hanno fondato nel 2005 e con cui hanno fra l’altro creato il sito gamberorosso.it . Hanno avuto l’idea di foodiestrip.com nel 2012 e finora l’anno finanziata con i propri risparmi (circa 300 mila euro). Hanno gia’ una base di 800 mila ristoranti registrati e a gennaio 2016 lanceranno la piattaforma online per il pubblico.

Fabrizio Dorem di Foodiestrip

La terza startup venuta e New York con VentureOut era LikeinItaly di Giuseppe Arturo: «La prima community del gusto italiano nel mondo».

Giuseppe Arturo di LikeinItaly

«Il governo italiano è leader nel capire l’importanza del movimento dei maker per la crescita economica di un Paese attraverso l’innovazione tecnologica». Me l’ha detto alla Maker Faire di New York Dale Dougherty, il fondatore di Maker Media, il gruppo multimediale che nove anni fa lancio’ la prima Maker Faire nella Bay Area, in California.

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Dale Dougherty, il fondatore di Maker Media

Gli avevo chiesto come mai – e che cosa pensa del fatto che – il governo italiano era l’unico con una presenza organizzata alla Maker Faire di New York, la cui sesta edizione si e’ tenuta il 26 e 27 settembre, come al solito attorno alla New York Hall of Science (NYSCI) nel Queens, nella stessa area dove 50 anni fa ci fu la World’s Fair.

«Finora oltre a quello italiano solo il governo della Gran Bretagna ha avuto un proprio spazio in una Maker Faire, quella di Shenzhen in Cina – ha aggiunto Dougherty. Le autorità ancora non capiscono l’importanza della rivoluzione dei maker, ma piano piano ci stanno arrivando».
Gli eventi con il marchio Maker Faire sono ormai 150 nel mondo, con 1 milione di partecipanti. Il più grande resta quello originario californiano con 140 mila visitatori, seguito da New York con circa 90 mila e da Roma con un pubblico altrettanto vasto. «Il bello di New York sono le persone che ci vengono: mentre nella Bay Area partecipano soprattutto i ‘techie’, qui le persone sono le più diverse, con interessi e background i più disparati», ha osservato Dougherty. E’ la caratteristica del melting pot della Grande Mela, anche nel mondo delle startup tecnologiche.

Arduino è diventato newyorkese
A New York gli italiani si sono distinti per la loro creatività a prescindere dal supporto governativo. Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino Project e da poco diventato “newyorkese” (Adafruit produce Arduino Gemma nella sua fabbrica a New York), si e’ confermato una star nel mondo dei maker, dove la piattaforma open-source di hardware-software creata dieci anni fa a Ivrea e’ uno degli strumenti più usati per inventare nuovi progetti. Nella sua presentazione “State of Arduino”, una delle più seguite, Banzi ha parlato del nuovo Arduino Tre, il primo con un processore ARM Cortex-A8 fatto in partnership con Texas Instruments e capace di funzionare con Linux.

Massimo Banzi presenta “State of Arduino”

Il padiglione Makers Italia organizzato dall’Italian Trade Agency (ITA o Ice, Istituto per il commercio estero) era grande, almeno il doppio dell’anno scorso, quando per la prima volta una missione di startup italiane era stata sponsorizzata da un’agenzia governativa. Lo scorso maggio i “Makers Italia” hanno debuttato anche alla Maker Faire della Bay Area, sempre con il coordinamento dell’agenzia Ice di Chicago diretta da Matteo Picariello.

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il padiglione Makers Italia

Le tre startup più attive sotto il logo Makers Italia a New York erano BioPic, Wasp e Solido3D. Le ultime due fanno parte – insieme a D-Shape della neonata rete di imprese Fonderie Digitali. Tutte e tre hanno ambiziosi progetti di sviluppo in America.

1. BioPic
BioPic con i suoi orti verticali domestici a LED è già pronta per coltivare frutta e verdura su Marte, dove l’agenzia spaziale americana NASA ha appena annunciato di aver trovato l’acqua. Intanto, alla Maker Faire ha messo in cascina il premio Blue Ribbon Editors Choice New York 2015 della rivista MAKE.

L’orto di BioPic costa 900 dollari e molti alla Maker Faire hanno dimostrato interesse per comprarlo
«Siamo nati come startup solo sei mesi fa, ma sulla base di una ricerca che sviluppiamo da cinque anni – ha raccontato Renato Reggiani, fondatore di BioPic. Mettiamo insieme le tecnologie più avanzate con quelle antiche della tradizione italiana. Così la nostra irrigazione domestica è ispirata ai sistemi ollari usati nella antica Roma: utilizza le proprietà dei nuovi materiali ceramici e della terracotta per permettere fino a due settimane di autonomia per le piante senza il rischio di allagamenti, perché non dev’essere collegata alla rete idrica». L’intero “orto” costa $900 e molti alla Maker Faire hanno dimostrato interesse per comprarlo. Ma c’è un problema: le verdure nascono da semi “stampati” in stuoie da applicare sulla terra contenuta nei vari cassetti dell’orto verticale; e importare semi negli Stati uniti e’ un incubo. “Stiamo studiando come superare questo ostacolo”, ha detto Reggiani, fiducioso di farcela.

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Renato Reggiani di BioPic (a destra) con Matteo Picariello, ICE

2. Wasp
«Vogliamo fondare un’azienda qui negli Usa per vendere le stampanti 3D di Wasp» ha spiegato Pietro Gabriele, presidente di Fonderie Digitali. Saranno ‘Designed in Italy, Made in Usa. «La produzione in America è importante per servire meglio i clienti con l’assistenza e i ricambi. La fabbrica sarà probabilmente nella Bay Area e speriamo di aprirla entro otto mesi». Le stampanti 3D Wasp sono per l’uso professionale di creativi che devono velocemente realizzare prototipi. Costano da $3.500 a $18.000 e Wasp – che impiega una ventina di persone fra dipendenti e collaboratori – ne vende già 700 l’anno in Europa.

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Pietro Gabriele di Fonderie Digitali e Wasp

3. Solido 3D
Solido3D sta per lanciare una campagna su Kickstarter per produrre Olo: una app che, insieme a una “scatola” e alla resina, trasforma uno smartphone in una stampante 3D. Costerà solo $99 e potrebbe essere disponibile già per la prossima stagione di regali natalizi. “E’ uno strumento per avvicinare i giovani al mondo dei maker, per far crescere una nuova generazione di creativi”, ha spiegato Filippo Moroni di Solido3D, uno dei pionieri della stampa 3D in Italia, mostrandomi con orgoglio il premio “Maker of Merit” ricevuto alla Maker Faire.

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Filippo Moroni di Fonderie Digitali e Solido3D

4. D-Shape
Ancora top secret sono invece i progetti della D-Shape di Enrico Dini, il primo al mondo a “stampare case” con la tecnologia 3D. “Abbiamo in cantiere una grande novità , noi di Fonderie Digitali con D-Shape per il 2017 negli Usa, ma per ora non possiamo parlarne”, ha detto Moroni.

Dini pero’ ha già una società americana basata a New York, la D-SHAPE Enterprises LLC creata insieme all’architetto e costruttore newyorkese Adam Kushner. “Stiamo lavorando a un progetto sperimentale per mostrare di che cosa e’ capace la mia stampante 3D – ha spiegato Dini -. Vogliamo usarla per costruire una piscina nei terreni privati di Kushner nella Valle dell’Hudson, a Nord di New York. Intanto stiamo ricevendo dichiarazioni di interesse da parte di investitori americani”. La capacita’ dei blocchi stampati da D-Shape di trattenere l’acqua potrebbe essere usata per creare falde acquifere artificiali nel deserto. “E’ il mio sogno di fare una bonifica al contrario di quella maremmana – ha detto Dini -. Lo proporrò all’emiro del Kuwait, che può avere i soldi e la lungimiranza di applicare questa tecnologia. Sono convinto che la nuova corsa all’oro sara’ nel deserto”.

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Daniele Mazzei di Viper

5. Viper
Un’altra startup italiana presente alla Maker Faire e già domiciliata a New York e’ Viper. E’ una suite che usa un linguaggio software molto semplice (Python) e gira su schede come Arduino per “animare” o rendere “intelligente” qualsiasi apparecchio, da una lampada al frigorifero. “Ci rivolgiamo sia ai maker sia ai designer ‘tradizionali’ che hanno bisogno di ridurre i tempi dalla progettazione al lancio sul mercato dei loro prodotti”, ha spiegato Gabriele Montelisciani, co-fondatore di Viper, venuto qui insieme ai partner Daniele Mazzei e Giacomo Baldi, tutti molto soddisfatti dei contatti presi alla Maker Faire. La loro avventura pubblica era partita la scorsa primavera una campagna su Kickstarter, che ha raggiunto l’obbiettivo di raccogliere $20.000.

(post originalmente pubblicato su StartupItalia!)

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Le startup italiane corrono. Crescono e imparano velocemente. L’ho visto dal campione di cinque giovani società che ho incontrato venerdì 4 settembre alla fine della loro settimana a New York. Erano i vincitori dell’edizione 2015 di InnovAction Lab, reduci da un programma molto intenso di incontri con protagonisti dell’ecosistema newyorkese di startup – dagli investitori ai gestori di incubatori passando per chi lavora nelle società – organizzato molto bene dai loro mentori: il professore di Informatica Paolo Merialdo, l’amministratore di LVenture Roberto Magnifico e il direttore del programma di accelerazione di LUISS ENLABS Augusto Coppola.

Oltre alla loro giovane età – sono tutti studenti universitari e quindi attorno ai 22-23 anni – mi ha colpito la loro voglia di sentirsi subito al passo con la “velocità” della Grande Mela e la loro mentalità in sintonia con quella americana. Non a caso parecchi di loro hanno avuto già esperienze di vita negli Stati Uniti, che li hanno arricchiti di una marcia in più, e hanno anche già avuto esperienze di lavoro con cui hanno mostrato il loro spirito imprenditoriale.

MEMiO, l’app per ricordare alle nonne le pillole
«Quando avevo 16 anni ho studiato sette mese negli Usa, in Kentucky, ho costruito un quadcopter e ho guadagnato i miei primi quattrini vendendo hot-dog, CDs e preservativi ai miei compagni di classe», racconta per esempio Benedetto Buratti, studente di Ingegneria che e’ stato uno dei fondatori di MEMiO , la startup romana arrivata prima nella competizione di InnovActionLab. Memio – che ora e’ guidata da Roberta Musaro’ – vuol risolvere un problema molto comune, quello degli anziani bisognosi di cure ma che si dimenticano facilmente di prendere le medicine prescritte. La soluzione è un portapillole “intelligente” che eroga le pillole al momento giusto, ricordando al paziente di prenderle e tenendo i suoi cari e il suo dottore informati sul suo stato. «Qui a New York ho imparato quanto e’ importante far sentire che ci metti molta passione nella tua impresa, anche se ovviamente la passione non basta», ha detto Benedetto.

Passparyou niente più problemi di sicurezza online
«Io ho capito che se vogliamo avere successo dobbiamo concentrarci sui nostri obiettivi e lavorare sodo, non lasciarci risucchiare dai ritmi diversi dell’ambiente italiano», ha detto Ugo Buonadonna, 23 anni, studente di Informatica, co-fondatore e CEO di Passparyou. Che è un sistema innovativo per risolvere il problema della sicurezza online, senza far uso di password, ma applicando la tecnologia Blockchain, quella alla base di Bitcoin. «Ho sempre avuto entusiasmo per la tecnologia – ha aggiunto Buonadonna – e seguo da tempo il mondo Bitcoin. Ci ho anche investito. I nostri clienti potenziali sono le aziende per i loro siti Internet».

Gelati buoni e sostenibili con Icedreams
«Dall’Expo di Milano a New York: il nostro sogno è di aprire una società qui in America e avviare una catena di negozi in franchising», ha detto Simone Giacomelli, laureato in Economia all’Università di Verona e CEO di Icedreams. Lui in America c’era già stato un anno e mezzo con una borsa di studio alla Fitchburg State University, vicino a Boston. E il buon feeling con l’America dev’essergli servito per riuscire a far ammettere Icedreams all’American Food 2.0 – Feeding the accelerator, l’acceleratore del padiglione di Expo degli Stati Uniti, al quale sono state invitate solo dieci startup in tutto il mondo (StartupItalia! ne ha parlato qui). «Non siamo un’azienda che fa solo gelati e per questo stiamo pensando di cambiare il nostro nome – precisa Simone che a New York è venuto insieme al co-fondatore e chief operating officer Zeno Tosoni. La nostra innovazione tecnologica infatti può essere applicata per creare altri prodotti alimentari che sono buoni, fanno bene alla salute e sono sostenibili». Per ora il loro primo prodotto è una formula granulare, derivata da fibre naturali, che mischiata all’acqua e a ingredienti locali (frutta e verdura) in pochi minuti permette di creare a freddo il gelato. Lo potete assaggiare nel primo negozio aperto in Italia, a Milano nella Piazza Gae Aulenti (Porta Garibaldi). “Stiamo studiando come aprire pop store anche qui in America – dice Simone. In particolare qui a New York ci sono molte realtà nel food-tech con cui possiamo collaborare. Questo viaggio ci è servito per prendere contatti con loro».

Tutored più facile trovare un insegnante per le ripetizioni
New York è piaciuta molto a Gabriele Giugliano, il ventitreenne romano fondatore e CEO di Tutored. «È una città fatta apposta per le startup: ci sono mille eventi a cui partecipare e fare networking – ha osservato Gabriele. Ma qui tutto sembra anche più duro, perché c’è molta più competizione, ci sono molti più startupper che cercano di attirare l’attenzione e conquistare finanziamenti dagli investitori». A Gabriele non manca però il coraggio di buttarsi e la fiducia di potercela fare. «Credo che la nostra crescita sia piuttosto veloce anche per i canoni newyorkesi, o no?», mi ha chiesto, citando i numeri di Tutored, sito che mette in contatto gli studenti universitari che hanno bisogno di appunti e ripetizioni con quelli che possono darglieli e far loro da tutor: in nove mesi dalla nascita ha raggiunto 400 mila utenti in Italia, ricevuto 800 mila euro di finanziamenti e impiega direttamente 15 persone, tutti studenti. «Il nostro prossimo passo è aprire sedi a Berlino e Londra per allargarci al mercato europeo – ha detto Gabriele -, mentre stiamo cercando partner a New York per entrare anche negli States».

Un braccialetto e una placchetta per combattere la sordità
«Questo viaggio mi ha aiutato a capire meglio che cosa vogliono i venture capitalist», ha detto Alessandra Farris, co-fondatrice e CEO di IntendiMe, startup di Cagliari che vuol risolvere il problema dei sordi che vivono soli. «È un problema a me molto vicino, perché i miei genitori sono sordi», spiega Alessandra, la veterana del gruppo (ha 35 anni), che ha studiato Letteratura classica mentre lavorava in diversi negozi e ha anche vissuto nel 2013 in Canada. IntendiMe è un sistema fatto di placchette/sensori da applicare alle fonti di rumori – come il campanello della porta o un rubinetto dell’acqua – che mandano vibrazioni a un braccialetto indossato dalla persona sorda per avvisarla e sono anche collegati allo smartphone (StartupItalia! ne ha parlato qui). La startup sta mettendo a punto dei prototipi e sta pensando a una campagna di crowdfunding per raccogliere i fondi necessari alla produzione.

A cosa è servita la New York di Innovaction Lab
I ragazzi di InnovActionLab sono ripartiti da New York carichi di energia e di idee. Spero che il loro esempio stimoli molti altri loro coetanei a diventare “imprenditori di se stessi”: la formula giusta per vivere bene nella nuova economia, come ha spiegato loro Flavio Palandri Antonelli, ingegnere di software a Google durante la loro visita alla sede newyorkese del motore di ricerca.

NB: articolo originariamente pubblicato su StartupItalia! 

Arduino è uno dei marchi italiani high-tech più conosciuti a New York. Quest’anno celebra 10 anni dalla sua nascita: la prima scheda creata a Ivrea è esposta al Museum of Modern Art di New York – e la Senior Curator Paola Antonelli spiega qui perché – e ora anche al Museo della scienza e della tecnologia di Milano all’interno della mostra “Make in Italy”. Ecco la sua storia.

* * * *

Dalla Programma 101 ad Arduino: 40 anni dopo la creazione del primo “computer personale” al mondo, ad opera dell’ingegner Pier Giorgio Perotto dell’Olivetti, le sue idee e il suo lavoro sono state fonte di ispirazione per un’altra grande invenzione made in Italy, la piattaforma di hardware e software “open source” Arduino con cui i maker (“quelli che fanno”) di tutto il mondo stanno rivoluzionando la manifattura.

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Semplice da usare e bella da vedere era la P101. Semplice e “bella” è anche la scheda Arduino, blu come la “Casa Blu” che era stata il centro studi Olivetti a Ivrea, progettata da Eduardo Vittoria nei mitici Anni Cinquanta e ristrutturata nel 2000 da un grande altro architetto legato alla storia Olivetti, Ettore Sottsass. In quella “Casa Blu” nel 2001 era nato l’Interaction Design Institute (IDI) per volere dell’allora vicepresidente di Olivetti Franco De Benedetti.

MASSIMO BANZI ARRIVA AD IVREA

Ed è lì che Massimo Banzi, co-fondatore e CEO di Arduino, ha insegnato dal 2002 al 2005 (quando l’istituto è stato chiuso a Ivrea e i suoi corsi sono stati trasferiti alla Domus Academy di Milano). “A Ivrea ho conosciuto alcuni degli ingegneri che avevano lavorato sulla P101 e mi ha colpito la sua storia, per me è stata un’ispirazione – racconta oggi Banzi.

Olivetti è stata una delle prime aziende al mondo ad applicare il design a tutto, dalle sue macchine da scrivere ai suoi uffici. All’IDI lavoravamo in quella atmosfera.

Banzi ci era arrivato “per caso”, senza nemmeno avere in tasca una laurea. Aveva preso il diploma di perito elettrotecnico all’ITIS (Istituto tecnico industriale statale) di Monza – la città dov’è nato il 20 febbraio 1968 – e poi aveva cominciato a frequentare Ingegneria al Politecnico di Milano.

Ma i corsi universitari erano “noiosi” (“guardavamo slide tutto il giorno senza fare mai nulla di concreto”) e Banzi – uno che fin da bambino amava smontare e rimontare tutto – aveva presto lasciato l’università per tuffarsi nell’esperienza pratica: prima come webmaster per ItaliaOnline, poi a Londra con WorldCom e Sky. Fino al 2002 quando, saputo che all’IDI cercavano il sostituto per un professore che improvvisamente aveva dovuto lasciare l’istituto, Banzi aveva deciso di fare domanda.

L’istituto era diretto da Gillian Crampton Smith, che aveva inventato il primo corso di interaction design del mondo al Royal College of Art di Londra, e aveva un’impostazione molto pratica e orientata al business, oltre che al design e alla tecnologia. Ma Banzi aveva capito presto che mancava qualcosa: gli studenti non avevano strumenti adatti a creare i prototipi degli oggetti che disegnavano; quelli disponibili erano complicati e costosi.

Credits: www.ideafimit.it

IL “NONNO” DI ARDUINO

Così era nato il Programma 2003, “il nonno di Arduino”, come lo definisce Banzi, che racconta: “Dal primo modello avevamo deciso di cambiare due cose, la prima era che la scheda doveva essere di colore blu e non verde. La seconda cosa era la forma, riconoscibile rispetto a tutte le altre”.

Ma l’idea è rimasta la stessa: realizzare su una scheda grande come un pacchetto di sigarette e poco costosa (20 euro) un “computer” molto semplice, che chiunque – anche un bambino – può usare seguendo le istruzioni disponibili online, per creare quello che gli pare. Il tutto secondo la filosofia di condivisione e collaborazione della cultura digitale, perché tutti possono utilizzare Arduino liberamente: “La scheda è un semplice pezzo di hardware con licenza libera su cui gira un software open source – spiega Banzi -. Solo il nome è protetto, per il resto fateci quello che volete”.

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COME HA CAMBIATO IL MONDO ARDUINO IN QUESTI DIECI ANNI

A dieci anni dal suo debutto, avvenuto nel marzo 2005, è impossibile sottovalutare il ruolo giocato da Arduino nello sviluppo del movimento dei maker, la comunità di appassionati del “fai-da-te” che usa la “scheda blu” e le nuove stampanti 3D a basso costo per trovare soluzioni ai problemi più diversi. L’ha riconosciuto anche il presidente americano Barack Obama, che ha invitato Banzi alla prima Maker Faire tenuta alla Casa Bianca il 18 giugno 2014, giorno proclamato “National Day of Making”.

L’INNOVAZIONE SENZA PERMESSO

“Adesso non avete più bisogno del permesso di nessuno per fare delle cose meravigliose”, aveva annunciato Banzi aprendo il Ted Global di Edimburgo nel 2012. E decine di migliaia di “inventori” l’hanno preso in parola. C’è chi ha impiegato Arduino per comandare a distanza un macinacaffè, per togliere il volume alla tv quando parlano personaggi insulsi o per creare un’opera d’arte interattiva; un adolescente cileno, Sebastian Alegria, ha elaborato un sistema di monitoraggio dei terremoti prima di quello del suo governo; un gruppo di studenti ci ha fatto Ardusat, un satellite per esperimenti nello spazio aperto a chiunque ne abbia bisogno; persino il CERN (Organizzazione europea per la ricerca nucleare) di Ginevra l’ha adottato per far funzionare un acceleratore di particelle.

Arduino è poi un componente elettronico delle stampanti 3D di Makerbot, il produttore più famoso del settore. E grandi aziende come Apple, Google e Panasonic offrono prodotti integrati con Arduino.

Credits: www.artribune.com

“Siamo solo agli albori di qualcosa di nuovo ed è impossibile individuare oggi il traguardo finale, ma in palio ci sarebbe qualcosa destinato a cambiare per sempre il significato di fabbrica, che in questo modo si avvia ad uscire dai mega capannoni per farsi rete, smaterializzarsi e diventare – al limite – il pc di casa”, ha scritto Riccardo Luna nel suo libro “Cambiamo tutto” (Laterza 2013).

“CREARE E’ UN GIOCO DA RAGAZZI”

La manifattura delle schede Arduino segue già un modello “a rete”: si svolge soprattutto nel Canavese, vicino a Ivrea e fa leva sulle competenze sviluppate in quell’area dai tempi d’oro dell’Olivetti. La progettazione e il disegno sono a cura di Smart Project, fondata nel 2004 dall’ingegnere elettronico Gianluca Martino, che è anche uno dei co-fondatori di Arduino (*). System Elettronica invece stampa i circuiti: il suo titolare Ludovico Apruzzese “vive il circuito stampato come se fosse una forma d’arte”, racconta Banzi. “Per fare il colore blu giusto c’è voluto un anno”, ha ricordato Apruzzese nel web documentario “Arduino: Creare è un gioco da ragazzi” di Andrea Girolami e Opificio Italia, per Wired.

L’esempio del Canavese suggerisce che il matrimonio fra una nuova tecnologia come Arduino e la tradizione di distretti industriali basati su piccole e medie imprese può aprire nuove opportunità per il made in Italy, soprattutto se anche gli imprenditori si convertono a una mentalità collaborativa.

Intanto Arduino nel 2011 ha aperto a Torino le Officine Arduino, il primo Fablab (laboratorio di fabbricazione digitale) italiano, dove macchine come le stampanti 3D sono messe a disposizione di chi vuole costruire prototipi per le sue invenzioni. E alla Maker Faire Rome dell’ottobre 2014 Arduino ha lanciato la sua prima stampante 3D, Materia 101, progettata e realizzata insieme a un’altra eccellenza italiana, l’azienda Sharebot di Nibionno (Lecco), che condivide la stessa filosofia open source e DIY (Do It Yourself o “fattelo da solo”). Il nome e il look – disegnato dallo studio ToDo – sono un richiamo esplicito alla P101, alla sua semplicità d’uso e alla sua accessibilità anche per i non super esperti. È una sorta di “cubo” bianco – grande 31x33x35 centimetri -, pesa solo dieci chili ed ha un costo abbordabile (603 euro se in kit o 736 euro se assemblata, più Iva). Per stampare utilizza la tecnologia Fused Filament Fabrication, ovvero filamenti di acido polilattico (PLA), un materiale termoplastico e biodegradabile.

Con Materia 101 o con altre stampanti 3D collegate alle schede Arduino, la creatività dei maker non ha limiti.

E se un prototipo funziona, l’inventore può testare il mercato chiedendo il supporto finanziario diretto dei potenziali clienti attraverso le piattaforme di crowdsourcing come Kickstarter, fino a fondare una startup e avviare un vero business. “È un altro frutto della democratizzazione avviata da Internet”, osserva Banzi.

Tutto era partito dal bar di Ivrea che ha ispirato il nome della scheda blu: l’Antica Caffetteria Arduino. Era lì che Banzi e i suoi studenti dell’Interaction Design Institute si fermavano fino a tarda notte per discutere dei loro progetti. Meriterebbe una targa da “locale storico” per l’innovazione italiana, come quella che c’è a Paolo Alto davanti al garage di Bill Hewlett e Dave Packard, “luogo di nascita della Silicon Valley”.

(*) Gli altri sono David Cuartielles, ingegnere spagnolo specializzato in microchip, ricercatore all’Interaction Design Institute di Ivrea e ora direttore del Laboratorio di Elettronica all’università di Malmo in Svezia; Tom Igoe, professore all’Interactive Telecommunications Program (ITP) della Tisch School of the Arts (New York University); e David Mellis, sviluppatore di software arrivato a Ivrea dal MIT (Massachusetts Institute of Technology, Cambridge, USA).